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L’Aldilà nell’antico testamento

L’ “aldilà” nell’Antico Testamento
Iniziamo le nostre riflessioni sull’aldilà partendo da alcuni testi dell’Antico Testamento, dove
emerge chiaramente una lenta evoluzione e una continua riflessione sulla realtà ultraterrena, questo
ci permetterà di capire meglio alcuni testi del Nuovo Testamento che sono debitori all’Antico
Testamento circa la concezione delle realtà future.
Nell’Antico Testamento non si trovano ampie descrizioni della sorte che attende i morti, del tipo di
quella descritta da Omero nel famoso XI canto dell’Odissea41. Nella dimora dei morti, che in greco
si chiama hadès, sull’altra sponda del fiume Lete, Ulisse incontra conoscenti, parenti, amici, sotto
forma di ombre languide. I loro rimpianti nostalgici nei confronti della vita precedente sono tristi da
leggersi. E alla fine del canto, quando Ulisse impallidisce dalla paura di fronte alle migliaia di morti
in lacrime che lo circondano, il lettore ha gran fretta, insieme a lui, di riprendere il largo. Uno sheòl
unico e triste per tutti. Dunque, nessuna descrizione nell’Antico Testamento, ma una
rappresentazione della sorte che attende gli uomini dopo la morte simile a quella dell’Ade. L’autore
del Libro di Giobbe dice l’essenziale in due versetti:
I morti tremano sotto terra,
come pure le acque e i loro abitanti
nuda è la tomba davanti a lui (Dio)
e senza velo è l’abisso (Giobbe, 26, 5-6)
Quindi lo sceòl, equivalente ebraico dell’Ade greco, è un luogo che si trova sotto l’oceano, sotto
terra, talmente profondo che solo Dio può osservarlo. E’ il piano più basso di un mondo che è
composto di tre livelli: il piano di Dio che resta nei cieli, il piano della terra dove vivono gli uomini
e il piano sotterraneo dove vanno a finire i morti. E vi scendono tutti senza eccezione:
Quale vivente non vedrà la morte,
sfuggirà al potere degli inferi? (Salmo 89,49)
Per quelle ombre, che dimorano senza fine negli abissi della terra (Sal 71,20), non c’è vera
comunicazione tra di loro, nessuna emozione, nessun legame. Anche la relazione con Dio lì è
impossibile. Da questo deriva la pressante richiesta che alcuni malati gravi, che si sentono vicini
allo sheòl, rivolgono a Dio, perché li guarisca. Ne va del suo interesse: sulla terra ha un fedele, sotto
terra lo perde:
Signore, Dio della mia salvezza. Giunga fino a te la mia preghiera.
Io sono colmo di sventure, la mia vita è vicina alla tomba.
Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa,
sono come un uomo ormai privo di forza.
Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra di morte.
Compi forse prodigi per i morti?
O sorgono le ombre a darti lode?
Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà negli inferi?
Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi,
la tua giustizia nel paese dell’oblio?
Ma io a te, Signore, grido aiuto (Sal 88, 2-5.7.11-14).
41 André Myre, L’aldilà, ne siamo sicuri? Città Nuova Editrice, 1993.
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Perlomeno, in questa vita, si può gridare. Questo modo, tipico, dell’Antico Testamento, di
rappresentare un aldilà, ridotto al minimo, ha lasciato tracce anche nel Nuovo Testamento e persino
oltre. Ne è prova il seguente brano che parla del destino di Gesù dopo la morte:
Voi l’avete inchiodato sulla croce… Ma Dio lo
ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della
Morte…Dice infatti Davide a suo riguardo:
tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi,
né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione…
Questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione.
(Atti 2,23-25.27.31).
Secondo questo testo, Gesù, come tutti gli uomini, si è trovato nello sheòl (o Ade, in greco) dopo la
morte. Però Dio è andato a cercarlo e lo ha risuscitato; altri testi precisano che Gesù è stato
risuscitato dai Morti (Mc 9, 9-10), vale a dire dalla dimora dei morti, lo scheòl o l’Ade. Il Simbolo
Apostolico, antichissima espressione della fede cristiana formulata secondo il Nuovo Testamento,
afferma la stessa cosa dicendo che Gesù “è morto e fu sepolto, è sceso agli inferi, il terzo giorno è
risuscitato”. Gli Inferi di cui si parla non hanno niente a che vedere con l’Inferno, luogo di
tormento, questa parola al plurale, è l’equivalente dell’ebraico scheòl e del greco Ade. Questo luogo
sotterraneo è chiuso con porte (Mt 16,18), le quali tuttavia non saranno abbastanza potenti da
impedire che i cristiani ne escano e risuscitino alla chiamata di Cristo. Poiché è Lui, il Vivente per
eccellenza, che possiede le chiavi di quelle porte:
“Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho
potere sopra la morte e sopra gli inferi”. (Ap 1,18)
Questi testi del Nuovo Testamento sono sicuramente impregnati della fede nella risurrezione di
Gesù. Ma la rappresentazione che si fanno dell’Ade o dello scheòl o degli inferi proviene
direttamente dall’Antico Testamento. Certamente i cristiani di oggi sono più interessati a sentire
parlare delle concezioni conosciute come il cielo, il purgatorio, l’inferno, piuttosto che dello scheòl,
del quale spesso ignorano anche il nome. Ma è anche vero che non si possono comprendere appieno
queste parole se non si comprende lo scheòl.
La maggior parte degli uomini dell’Antico Testamento, infatti, hanno vissuto la loro vita senza la
speranza di una sopravvivenza autentica. Molti hanno sofferto e sono morti in nome della loro fede
in Yahwè senza aspettarsi dallo scheòl una ricompensa che sapevano impossibile.
C’è molto da imparare dallo scheòl. Per esempio, che la vita nella fede è un cammino di felicità.
Immaginiamo che, un credente, in punto di morte, si convinca che l’aldilà non esiste. Ebbene, egli
dovrebbe poter dire a se stesso: “Se dovessi ricominciare la vita senza credere nell’aldilà, la rivivrei
comunque da cristiano, perché su questa via ho già trovato la felicità”. Tutta la storia dell’Antico
Testamento testimonia che è possibile credere in questo modo. Uno degli aspetti positivi del modo
in cui l’Antico Testamento si rappresentava la sopravvivenza era quello di dare alla realtà presente
tutto il suo peso. Ascoltiamo il Deuteronomio che ci invita a scegliere la vita:
Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene,
la morte e il male… Scegli dunque al vita, perché
viva tu e la tua discendenza, amando
il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce
e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e
la tua longevità, per poter così abitare sulla terra
che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri,
Abramo, Isacco e Giacobbe (Dt 30, 15.19-20).
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Per la fede israelitica, ascoltare la voce di Yhawè era garanzia di vita, di longevità e di felicità.
Seguire un’altra via era fatica sprecata. Gli israeliti guardavano però soprattutto alla realtà umana, al
quaggiù, al presente: la vita e la felicità infatti sono destinati ad essere vissute sulla terra. Quando
l’estremo orizzonte della morte è soltanto lo scheòl, è evidente che la vita terrestre assuma tutto il
suo valore. Ed è l’aspetto più positivo di questa rappresentazione, che non dobbiamo mai perdere di
vista. E’ essenziale far arriva
re la vita, la felicità o il cielo su questa terra, fin d’ora. Lo sceòl ci
invita a farlo.
La riflessione sulla vita dopo la morte va avanti. All’inizio del II secolo a.C. scoppia una
persecuzione, da parte di Antioco Epifanie, contro la cultura giudaica. Questa resiste alla diffusione
della cultura greca. Molti si rivoltano (Maccabei) e pagano questo gesto con la propria vita. Ci si
chiedeva allora: è possibile che tutti, pagani persecutori e martiri giudei, si ritrovino senza
distinzione nello scheòl? Dio può lasciare nella morte il suo popolo che si è ribellato per essere
libero? Per far cessare questo scandalo, diventato insostenibile, viene in soccorso una nuova
rappresentazione dell’aldilà: quella della risurrezione.
Rimangono oscure le vie attraverso cui questa è pervenuta nell’antico giudaismo. Tuttavia si è
d’accordo nel riconoscerle un’origine straniera, proveniente senza dubbio dalla Persia (attuale Iran).
Ma il popolo ebraico poteva adottarla facilmente, dal momento che il vocabolario della risurrezione,
fondato sul riconoscimento di Yhawè quale autore della vita, era già in uso. Un modo nuovo di
immaginare l’aldilà fa dunque il suo ingresso nel giudaismo. Il primo testo che esprime chiaramente
questa nuova speranza si trova nel Libro di Daniele.
In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si
troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono
nella polvere della terra si risveglieranno:
gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna
e per l’infamia eterna (Dan 12, 1-2).
Questa formulazione non è molto chiara; si riferisce, infatti, solo al popolo ebraico, e in mezzo a
questo, solamente a un certo numero: “molti”. Tra questi ultimi, un gruppo si risveglierà alla vita e
un altro alla vergogna. Non si sa perché non risusciteranno tutti dallo scheòl, (“la polvere della
terra”), né quale sia il criterio del giudizio tra i due gruppi, né in che cosa consista questa “vita
eterna”. Ma viene fatta una prima affermazione, ed è importante.
Alcuni anni dopo, in ambito giudaico, di lingua greca, viene ripresa la stessa rappresentazione,
sempre in un contesto di persecuzione (2 Macc 7,9.11.14.23.29.36). In questa catena di citazione
viene affermato chiaramente il ritorno alla vita di quelli che muoiono per la loro fede, ma non si
dice nulla né sul come né sul dove si realizzerà.
Un secondo testo parla di un sacrificio offerto da Giuda Maccabeo per alcuni soldati morti in
combattimento, ma sui quali si erano trovati oggetti consacrati agli idoli. Giuda offre quindi
preghiere e sacrifici, e questo costituisce un gesto
…. molto buono e nobile, suggerito dal pensiero
della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia
che i caduti sarebbero risuscitati,
sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti (2 Macc 12, 43-44).
Qui si avverte che l’autore ha cercato di difendere la fede nella risurrezione contro un certo
scetticismo. Si trova in terra greca dove quella idea ha sempre fatto fatica a integrarsi. La difende
col ricorso alla pratica della fede: se si prega perché siano perdonati i peccati dei morti, allora si
crede alla risurrezione. Ma, la cultura greca aveva a disposizione un altro modello di
sopravvivenza, che rendeva difficile l’accettazione della risurrezione.
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L’elenco finisce qui. Gli ultimi due secoli a.C. vedono emergere nel giudaismo le prime
rappresentazioni della risurrezione. Di origine pagana, questa fede comincia a entrare nella cultura
giudaica e permette di sanare, almeno in parte, lo scandalo della morte e delle sofferenze dei giusti.
La speranza è ancora vaga.
Mentre la speranza nella risurrezione, come sopravvivenza dell’essere umano, nell’unicità di
corpo e anima, si radicava sempre più tra i giudei palestinesi, i greci, dal canto loro, seguivano
un’altra via. Anche loro sentivano fortemente la scandalo della discesa all’Ade di tutti gli uomini, e
dei saggi in particolari. Fedeli alla loro passione per la vita intellettuale, le idee, la riflessione, si
orientavano soprattutto verso la linea di una sopravvivenza dell’anima immortale. Platone ha forse
scritto in proposito le pagine più belle nel Fedone o Dell’anima. Questa concezione ha marcato
l’anima del popolo greco tanto quanto la risurrezione ha influenzato la cultura giudaica. Due
culture, quindi, e due rappresentazioni della sopravvivenza.
Si è visto in precedenza che un giudeo di lingua greca, l’autore del Libro dei Maccabei, aveva
adottato l’idea di risurrezione. Un altro giudeo di lingua greca farà altrettanto con l’idea di
immortalità dell’anima. E’ l’autore del Libro della Sapienza. Ecco come si esprime:
Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;
lo ha fatto a immagine della propria natura (2,23).
Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio…
La loro speranza è piena di immortalità… (3, 1.4).
I giusti…vivono per sempre,
la loro ricompensa è presso il Signore
e l’Altissimo ha cura di loro (5,15).
Tu infatti hai potere sulla vita e sulla morte;
conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire.
L’uomo può uccidere nella sua malvagità,
ma non può far ritornare uno spirito che è già uscito,
né liberare un’anima già accolta negli inferi (16, 13-14).
In questi testi si dice che gli uomini, soprattutto i giusti che muoiono di morte violenta, sono resi
immortali, incorruttibili dalla loro anima, ma non viene precisato il luogo dove si riuniscono le
anime uscite dall’Ade, e si può dire poco sulle caratteristiche della loro felicità. La speranza nella
sopravvivenza è formulata secondo la mentalità greca, e la risurrezione non viene affatto presa in
considerazione.
Mentre in Palestina, quindi, si fa ricorso a una concezione di origine persiana o iraniana: la
risurrezione, fuori territorio palestinese si fa riferimento a una concezione ricevuta dalla Grecia:
l’immortalità dell’anima. Si assimilano, pertanto, culturalmente e religiosamente, due concezioni di
risurrezione che vengono da due diversi luoghi.
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L’ “aldilà” nel Nuovo Testamento
Nell’epoca in cui è vissuto Gesù, e in seguito, quando è stato redatto il Nuovo Testamento, la
speranza nella sopravvivenza si era ormai fatta strada nel giudaismo da diversi decenni. Ma è la
sopravvivenza sotto forma di resurrezione che ha caratterizzato il Nuovo Testamento, in cui non si
trova invece menzione esplicita dell’immortalità dell’anima. Ma questa adozione avrebbe portato
profonde modifiche nel modo di rappresentare l’aldilà. Il Nuovo Testamento non è la sintesi
teologica, ma il prodotto della fede di diverse comunità, che abbraccia diverse culture nell’arco di
un secolo. E’ per questo che le rappresentazioni non si erano ancora unificate e non ci si
preoccupava di unificare il “paesaggio” dell’aldilà.
Si fa fatica, a 2.000 anni di distanza, immaginare tutto il lavoro di riflessione che c’era da fare.
Pensiamo: punto di partenza lo scheòl, luogo unico di incontro per tutti, nell’aldilà. In conseguenza
dello scandalo delle ingiustizie della vita, si è stati “costretti” a rappresentare la sopravvivenza in
termini di risurrezione. Allora bisognava rivedere completamente la “casa” dell’aldilà.
Prima tutti si ritrova
vano nello stesso luogo, in fondo all’abisso, ma un pensiero simile era
diventato insostenibile, era troppo ingiusto. Ci voleva una risurrezione per mettere a posto la
situazione dell’aldilà. Benissimo. Ma chi risuscita? Le risposte erano divergenti. Paolo ragionava a
partire dalla Risurrezione di Gesù: sappiamo che Dio ha risuscitato Gesù, se viviamo e soffriamo
con lui, anche noi saremo glorificati con lui (Rom 8,14-17). Giovanni, vedeva le cose in modo
diverso: tutti risusciteranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, quanti fecero il male
per una risurrezione di condanna (Gv 5,29). Questa concezione di una sorte diversa per gli uomini,
dopo la morte, chiaramente poneva il problema dei luoghi e della ripartizione in luoghi differenti.
Bisognava che gli oppressori fossero puniti, e che i giusti fossero ricompensati. Ma rimaneva da
trovare il meccanismo della ripartizione. Come si può sapere in quale direzione andare quando ci si
trova nell’aldilà?
Per risolvere il problema, il Nuovo Testamento, inserendosi nella linea di riflessioni in atto nel
giudaismo da diversi decenni, fece ricorso a un tema utilizzato molto spesso dai profeti, quello del
giudizio. Tuttavia dovette modificarlo profondamente, perché i profeti attendevano un giudizio di
Dio nella storia, mentre adesso si parla dell’aldilà. Quindi si trasferì l’attesa del giudizio nell’ambito
della vita futura. Fedele a una lunga tradizione, il Nuovo Testamento parla soprattutto di un giudizio
collettivo. Il testo più famoso, a questo proposito, è senza dubbio quello di Matteo 25, 31-46 nel
quale le nazioni sono riunite davanti al Figlio dell’uomo. Tutti sono assolti o condannati secondo il
loro operato nei confronti dei poveri, degli stranieri, dei prigionieri dei malati. La vita eterna o la
pena eterna viene ricevuta in conseguenza del tipo di esistenza condotta quaggiù. Quindi questo
testo non mira tanto a descrivere il giudizio, ma a scuotere gli uomini dal loro torpore.
Questo racconto di Matteo riguarda l’insieme degli uomini; altre rappresentazioni riguardano
solo i credenti riuniti nel Signore senza che venga menzionato un giudizio (1 Tess 4, 13-18); altre
ancora parlano quasi elusivamente di coloro che sono destinati alla perdizione (2 Tess 2, 1-12). I
punti su cui si insiste cambiano, ma la rappresentazione di una ripartizione degli uomini secondo la
loro condotta quaggiù è ricorrente. La maggior parte dei testi riguarda una collettività: l’insieme
degli uomini, i credenti, o coloro che vanno verso al perdizione.
Al contrario, altri testi parlano di un giudizio personale, per esempio la parabola del servo
malvagio buttato fuori dove è pianto e stridore di denti (Mt 24, 45-51). Vi si potrebbe trovare qui la
radice del concetto di “giudizio particolare”, del quale si parlerà più avanti.
La sorte che attende gli uomini sarà quindi diversa, è il giudizio che la deciderà. Gli uni si
ritroveranno in un luogo di punizione, che prenderà il nome di “Geenna”, dal nome di un famoso
immondezzaio vicino a Gerusalemme (Mc 9, 43-48; Mt 10, 28). Si capisce che si parli della
presenza di vermi e di fuoco in un posto simile, dove l’essere umano è perduto corpo e anima.
D’altra parte, il luogo dove si ritrovano gli altri, i buoni, può ricevere il nome di “dimore eterne”
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(Lc 16,9), “nuova Gerusalemme” (Ap 21), “posti nella casa del Padre” (Gv 14,2). Parlare di “casa
del Padre” significa parlare dei cieli dove dimora Dio, del resto, Paolo non esita a descrivere i
risuscitati come coloro che salgono tra le nuvole incontro al Signore ( 1 Tess 4,17). La speranza
nella sopravvivenza, comincia così a provocare trasformazioni importanti nella rappresentazione
che si faceva dell’aldilà. Ma ve ne sono ancora altre.
C’era un problema difficile da risolvere. Gli antichi, lo abbiamo visto, avevano una visione del
mondo strutturata su tre livelli (cielo, terra, sceòl). Il cielo era la dimora di Dio, la terra era la
dimora degli uomini, gli inferi o lo sceòl era la dimora dei morti. Allo stesso modo avevano una
concezione del tempo che valeva per tutti e tre i livelli. In altre parole, il tempo scorreva alla stessa
velocità nei tre livelli di realtà. Prima che fosse accettata la speranza nella sopravvivenza, non
succedeva niente di interessante nello sceòl: gli uomini vi si ammassavano via via che morivano. La
vita si giocava tutta sulla terra, per Dio o contro di Lui, e Dio partecipava alla storia umana
ponendosi sullo stesso piano. La speranza nella sopravvivenza è venuta a turbare questo paesaggio.
Ora c’è la storia che si sviluppa, ci sarà la risurrezione alla fine dei tempi, preceduta da un giudizio
di tutti gli uomini. Ma cosa succede nel frattempo? Che cosa succede agli esseri umani tra il
momento della morte e la risurrezione finale? Dove si ritrovano?
Alcuni testi del Nuovo Testamento permettono di vedere come si è orientata la riflessione in
questa direzione. Alla fine dell’Apocalisse, troviamo questa descrizione del giudizio finale:
Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono…
I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri,
ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i morti che esso
custodiva e la morte e gli Inferi resero i morti da loro
custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere (Ap 20, 12.13).
Dunque, prima del giudizio, gli uomini erano riuniti negli Inferi: è la risposta più vicina all’antica
tradizione dello sceòl, dimora dei morti per tutti. Del resto Mt 12,40 assegna a questo luogo anche
Gesù dopo la morte. Ma a questa domanda vengono date anche altre risposte. Prendiamo ad
esempio, la risposta di Gesù alla domanda del buon ladrone: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc
23,43). Dove localizzare il paradiso, o parco, o giardino? Luca non lo dice, ma Paolo lo pone al
terzo cielo (2 Cor 12, 2-4), vale a dire nel più alto dei cieli, dimora di Dio.
L’autore dell’Apocalisse, sulla stesa linea, mostra gli eletti, prima del giudizio finale, già davanti al
trono di Dio ((Ap 7, 9-10). Infine, Paolo considera la vita presente come un esilio e aspira ad andare
ad abitare presso il Signore (2 Cor 5,8), cioè evidentemente con Dio, nei cieli.
Quindi, sembra che si sia portati a risolvere in questo modo la questione del soggiorno dei morti
tra il momento della morte e della risurrezione. Dopo aver ritenuto che tutti si ritrovano nello sceòl,
aspettando là il ritorno alla vita, si è cambiata opinione per immaginare una sorte più invidiabile per
i futuri eletti. Perciò li si è trasferiti nei cieli, dimora di Dio, dove aspettano la fine della storia
umana insieme al Signore Gesù. I nostri testi non parlano molto della sorte dei cattivi, né del modo
in cui i morti vengono indirizzati verso un luogo o verso l’altro prima del giudizio finale. Ma un
testo interessante forse permette di chiarire l’argomento della sorte degli uomini prima di questo
famoso giudizio.
Dato che difficilmente si riusciva a pensare una sorte diversa per i morti che si trovavano in uno
stesso luogo, si è dovuto “aggiustare” lo spazio nella “casa” dell’aldilà. Uno dei testi classici a
questo proposito è quello della parabola che ha come protagonisti un ricco anonimo e il povero
Lazzaro (Lc 16, 19-31).
Questo testo modifica profondamente la geog
rafia dello sceòl o dell’ade. I morti si ritrovano in
due luoghi diversi, che sono separati da un fossato impossibile da attraversare. Il ricco è posto
nell’ade, che non è più semplicemente un luogo dove i morti sopravvivono a malapena, ma adesso è
un luogo di punizione, con fiamme e tormenti. Quanto al povero Lazzaro, lui non si trova nello
sceòl, ma ha la sua consolazione nel seno di Abramo. La localizzazione di questo seno non è
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possibile, si sa solo che il ricco deve alzare lo sguardo per vedere Lazzaro e Abramo. E ciò potrebbe
significare che questo luogo si trova sulla terra o anche in cielo.
Si è dunque giunti non solo a rinnovare la “casa” dei morti, per separarvi i buoni dai cattivi, ma
a spostare il luogo dove si ritrovano i buoni. Lo sceòl (o l’ade), rimasto sotto terra, resta dimora dei
cattivi, ma è diventato luogo di sofferenze e di tormenti, essi sono in attesa di un eventuale
trasferimento nella geenna. Per quanto riguarda le forze ostili agli uomini, che avevano nomi quali
principati, potenze, dominazioni, ed erano localizzate in cielo (Ef 1,21, 1 Pt 3,19), sono state fatte
scendere dal loro piedistallo e sono finite con gli uomini che avevano vissuto male (Ap 20,10). I
buoni, dal canto loro, vengono trasportati da qualche parte in cielo, dimora di Dio e del Signore
Gesù.
Si vede che i rimaneggiamenti sono considerevoli: si tratta di grandi spostamenti che avvengono
nell’aldilà. Ma l’assimilazione del concetto di sopravvivenza poteva farsi solo a questo prezzo. Ne
valeva la pena, giacché il paesaggio tracciato è impressionante. Ma comporta anche ombre che non
bisogna ignorare.
L’Antico Testamento termina con una speranza: immortalità o risurrezione, ecco quello che
aspetta gli uomini dopo la morte. L’ingiustizia non ha l’ultima parola. Il Nuovo Testamento,
tributario di due secoli di riflessioni sull’argomento, porta delle novità. La novità per eccellenza è,
sicuramente, la Risurrezione di Gesù. Ma c’è dell’altro. Non ci si accontenta di sperare nella
sopravvivenza, ma la si descrive.
Per descriverla, non si poteva fare altro che proiettare nella vita futura alcune categorie terrene
senza le quali per gli uomini è impossibile pensare: quelle dello spazio e del tempo. Si pensa l’aldilà
in termini di luoghi diversificati, che esistono in un tempo parallelo al nostro. Inoltre, questi luoghi
sono rappresentati in rapporto a una visione cosmica. Per gli antichi, Dio abita fisicamente in alto,
nei cieli, oltre le nubi. Gesù ci sale, portato dalle nubi, al momento dell’Ascensione. Gli uomini, dal
canto loro, restano sulla crosta terrestre, mentre i morti sopravvivono in una caverna sotterranea.
E’ una visione del mondo che fa da quadro alle rappresentazioni dell’aldilà. I cattivi, dopo la
morte, soffrono nel sottosuolo, aspettando di essere mandati nella geenna (presentata con dettagli
più o meno paurosi: fuoco,vermi, tormenti), alla fine dei tempi. Quanto ai giusti, loro sono in alto,
più in alto delle nubi, insieme al Signore Gesù, nel giardino celeste, ad attendere la risurrezione dai
morti (non ci si pronuncia sul tipo di esistenza che un uomo avrebbe dopo la morte e prima della
risurrezione).
Questa visione del mondo, per gli antichi, era per loro l’unica possibile, durava da secoli e
sarebbe durata per secoli ancora. Non potevano supporre che un giorno sarebbe crollata, ma in ogni
caso non scrivevano per le generazioni future. Sapevano bene anche che scrivendo racconti sul
giudizio finale non stavano dipingendo l’avvenire, stavano invece offrendo una “terapia d’urto”
perché gli uomini imparassero a vivere diversamente la propria vita, al servizio dei poveri e della
giustizia. Prova ne è il fatto che Paolo, che descrive scene in cui i credenti vengono portati al cielo
al suono di trombe, parla poi, molto sobriamente, solo della speranza di essere insieme con Signore.
Tutte le descrizioni dell’aldilà sono al tempo stesso utili e pericolose. Questo resta vero anche
per le descrizioni del Nuovo Testamento. Quando le leggono, gli uomini d’oggi non devono fare
astrazione dalla propria attuale visione del mondo, né cercare di farcele entrare per forza. Devono
invece comprenderle, per poi integrare quello che più si avvicina e lasciare il resto da un parte. Dio
non sta in alto più che in basso o altrove. E neppure il Signore Gesù. Né il giardino né la geenna. E
forse esistono altri modi di immaginare l’inferno piuttosto che un immondezzaio in fiamme o un
inceneritore di rifiuti. Allo stesso modo è possibile attendere il giudizio come una realtà molto
positiva anziché terrificante.
I nostri antenati nella fede hanno scritto grandi cose, ma loro stessi, innanzi tutto, non potevano
descrivere l’aldilà del quale abbiamo bisogno noi per poter vivere la nostra vita meglio di quanto
abbiamo fatto. Ogni generazione, ogni cultura, ha bisogno di descrivere il proprio aldilà per poter
camminare nella stessa direzione di quella che l’hanno preceduta nella fede e nella discendenza
umana.
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Dopo l’epoca del Nuovo Testamento, la riflessione sull’aldilà è naturalmente proseguita.
Tuttavia, i cristiani provenienti dal giudaismo erano diventati una minoranza nella Chiesa.
Certamente rimaneva la loro eredità, ma adesso era dominante la cultura greco-romana ed è
all’interno di questa ultima che si sarebbe espresso il cristianesimo dei secoli seguenti. Perciò si
costruì poco a poco un modello dell’aldilà, fondato su quello che abbiamo esaminato finora e che
sarebbe diventato classico.
Il mondo biblico, lo abbiamo visto, si era fatta l’idea di un mondo a tre livelli: il piano di Dio, il
piano umano, il piano dello sceòl. Una volta accettata la speranza nella risurrezione, si ebbe la
tendenza a riservarne due per l’aldilà: il piano “alto” per i giusti, il piano “basso” per i malvagi. Il
giardino nei cieli, la geenna sotto terra.
La teologia cristiana ha modificato profondamente questo schema ed è arrivata a far uscire
completamente l’aldilà dal cosmo. Ma non si è staccata del tutto dalla divisione del mondo su tre
livelli, dato che l’ha, per così dire, ricostruita nell’aldilà: ha cioè insegnato l’esistenza nella vita
futura, di un cielo “in alto” e di un inferno “in basso”, e il piano mediano, non più occupato dalla
storia umana, ma fu assegnato al purgatorio, un luogo intermedio che rispondeva a una forte
esigenza, come vedremo fra poco.
Nei secoli successivi al Nuovo Testamento, verso il IV secolo d.C., la speranza nella
sopravvivenza sotto forma di anima immortale è diventata molto importante per i cristiani,
nonostante il Nuovo Testamento l’abbia completamente ignorata. Invece di concepire l’essere
umano come una unità distrutta dalla morte, ma ricreata dalla risurrezione, ora lo si vede come
un’anima immortale che anima un corpo e che quindi gli sopravvive al momento della morte. La
speranza centrata sull’immortalità dell’anima diviene così importante da spodestare radicalmente
quella della risurrezione.
Proiettando uno spazio o dei luoghi nell’aldilà, la riflessione cristiana vi introduce anche una
durata. Era obbligata a farlo a causa della speranza nella risurrezione, alla fine dei tempi, della quale
non ci si poteva disfare tanto era importante all’interno del
Nuovo Testamento. Se la risurrezione è
l’avvenimento della “fine”, ci voleva una durata, un periodo intermedio tra la morte dei credenti e la
loro risurrezione finale.
Una volta compresi questi tre concetti di uno “spazio” nell’aldilà, di un “tempo” e di “un’anima
immortale”, si vede molto bene come si compongono i pezzi del puzzle-aldilà e quali cambiamenti
si vengono a generare.
Quando l’essere umano muore, il suo cadavere rimane sulla terra mentre la sua anima immortale
viene proiettata nell’aldilà. Immediatamente, deve entrare in azione un “ripartitore” di anime, che
indichi a queste dove dirigersi. E’ questo il ruolo del giudizio particolare o individuale. L’anima
viene valutata e diretta verso l’uno o l’altro dei luoghi definitivi.
1. Se il bilancio è negativo, l’anima scende all’inferno, luogo di castigo definitivo, dal quale
essa non uscirà mai. Il grado delle sofferenze dipende dalla gravità delle colpe commesse
quaggiù. L’inferno però comporta due “eccezioni”alla regola: esso non è solo luogo di
penitenza, ma di felicità naturale.
• La prima eccezione rispondeva al problema posto dalla sorte dei giusti dell’Antico
Testamento. Certamente non avevano creduto in Gesù, ma si poteva per questo
escluderli per sempre dal cielo? Perciò si immaginò un luogo, chiamato limbo dei
Patriarchi, dove sarebbero stati riuniti tutti i giusti dell’Antico Testamento, e dal quale
sarebbero usciti nel giorno della risurrezione dai morti. Si trattava dell’unica parte
dell’inferno dalla quale un giorno si sarebbe potuti uscire. In questo limbo, parte
superiore e temperato dell’inferno, si viveva felici, ma senza vedere Dio “faccia a
faccia” come in cielo.
• L’altra eccezione, anche questa chiamata limbo, era quello dei bambini morti senza
essere battezzati, dei grandi malati mentali o degli adulti di buona volontà che non hanno
conosciuto Gesù. Anche qui si viveva felici, di una specie di felicità naturale la quale,
tuttavia, ignorava le gioie del cielo. Da questo limbo non si usciva. Nell’inferno
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propriamente detto, e in questi due “limbi”, le anime immortali aspettavano di
ricongiungersi al corpo nel giorno della risurrezione dei morti.
2. Se invece l’anima che aveva varcato la soglia della morte poteva presentare un bilancio
positivo, veniva mandata in “alto”, verso il cielo, in paradiso. Se era esente da colpe (e
come si può esserlo), per esempio, se si è passati attraverso il martirio, andava direttamente
in cielo. Vi entrava definitivamente, felice di vedere Dio “faccia a faccia”, ma la qualità
della sua felicità dipendeva dal modo come aveva vissuto la propria vita. Anche in questo
caso l’anima aspettava la risurrezione per riavere il corpo, ma il fatto di non averlo non le
impediva di essere felice.
3. Se invece l’anima non era pura dalle colpe, doveva passare attraverso il purgatorio. L’idea
del purgatorio, luogo da collocarsi in qualche posto tra l’inferno e il cielo, rispondeva a un
bisogno di purificazione prima dell’incontro con Dio. Non si poteva accettare che un’anima
ancora macchiata comparisse tale e quale davanti al Creatore. Ci voleva un luogo di
purificazione. Quindi ci si figurò il purgatorio come quel luogo di transito, nel quale l’anima
espiava le proprie colpe, da se stessa oppure con l’aiuto delle preghiere o dei meriti degli
uomini di questo mondo. Una volta purificatasi, essa saliva definitivamente in cielo, e lì
aspettava la risurrezione finale.
Prima del giorno della risurrezione, infine, ci sarà il giudizio universale, nel corso del quale
sarà reso pubblico il “bilancio” della vita di ogni essere umano. In questo modo verrà
giudicata tutta la storia umana. Una volta fatto il bilancio, avverrà la risurrezione. Tutte le
anime ritroveranno il proprio corpo, il cosmo cesserà di esistere, il purgatorio lascerà partire
i suoi ultimi abitanti e scomparirà. Rimarranno soltanto il cielo e l’inferno.

L’Aldilà nella chiesa cattolica

L’ “aldilà” nella chiesa cattolica
Il Catechismo della Chiesa cattolica42 utilizza le categorie tradizionali della morte come separazione
dell’anima dal corpo e dell’ulteriore riunione di entrambi questi due principi dell’uomo: “Con la
morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua
anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella
sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre
anime, in forza della Risurrezione di Gesù” (n. 997). E’ interessante notare che, anche senza essere
detto esplicitamente, sembra che qui si parli della risurrezione nel senso più pieno e positivo del
termine. In effetti, si dice che l’anima sta in attesa della riunione con il “suo corpo glorificato”.
Quindi qui si parla di un corpo già glorificato.
Abbiamo già ricordato prima, che il Nuovo Testamento e la tradizione cristiana usano il termine
risurrezione in due sensi, intimamente relazionati ma non coincidenti: il primo è quello che viene
insinuato qui, la piena partecipazione dell’uomo alla vita di Gesù glorificato. Nella maggior parte
dei casi in cui nel Nuovo Testamento si parla della risurrezione il termine viene utilizzato in questo
senso pieno e positivo. Il secondo senso è quello della risurrezione come riunione dell’anima col
corpo. Il Nuovo Testamento conosce anche questo concetto di risurrezione, più neutrale (Atti
24,15): “Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: “quanti fecero il bene per una risurrezione
di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna (Gv 5,29)” (n. 998). La risurrezione
come riunione dell’anima e del corpo è per tutti, per quelli che hanno fatto il bene e per quelli che
hanno fatto il male.
E’ importante tener conto di questa distinzione per comprendere bene i testi biblici, e persino quelli
del catechismo stesso. Naturalmente, il modo in cui si parla della risurrezione nel contesto della
speranza cristiana nella salvezza, è il primo caso, che predomina con frequenza. Pesino quando si
cerca di parlare in termini “neutrali”, non è raro che le espressioni utilizzate portino verso il primo
di questi significati.
Per capire meglio, il concetto di “risurrezione”, o di “corpo glorioso”, dobbiamo avere chiaro il
concetto di “vita”, perché in base a quello che si intende con questo termine, ognuno scriverà lo
spartito della propria vita.
Cos’è la vita? Nessuno può definire o descrivere la vita. L’abbiamo già visto nella prima parte
di queste nostre riflessioni. Anche gli specialisti della biogenetica non lo sanno. Essi possono
riunire in laboratorio le condizioni e gli elementi fondamentali da cui sgorgherà la vita, ma non
creano la vita. Uno studente di medicina che deve studiare, analizzare, scomporre gli organi, i
tessuti, sa molto bene che non mette la “vita” sotto la lente del suo microscopio. E’ impossibile
localizzare la vita. Né il chirurgo né lo psicologo potrebbero dire: la vita è qui e non altrove.
Se la nostra speranza nell’aldilà, nella possibile risurrezione dell’uomo, dipende dalla fede,
dono dello Spirito, essa è anche condizionata dalla nostra concezione dell’uomo. L’uomo è un
vivente unico! Nell’uomo ci sono in modo evidente due dimensioni essenziali, una biologica e una
spirituale, che si compenetrano a tal punto che il corpo è più o meno guidato dallo spirito e che lo
spirito non può far nulla senza il corpo. I due, saldamente uniti, costituiscono un essere unico che è
chiamato “persona vivente”, un “io” originale dove è molto difficile tracciare una frontiera tra ciò
che è “corporale” e ciò che è “spirituale”. I gesti di tenerezza di una madre per il suo bambino sono
materia o spirito? Il sorriso della persona che amo è di ordine fisico o spirituale? Il piacere di
mangiare con gli amici proviene dal corpo o dallo spirito? Pensieri e parole, sentimenti e gesti,
corpo e spirito, niente è separabile. Io non amo una “anima”, io non incontro uno “spirito”, ma
un’unica persona, un essere vivente che non assomiglia a nessun altro.
Questa è una delle ragioni per cui non è accettabile la teoria della reincarnazione, la quale riduce
il corpo a un qualsiasi involucro interscambiabile, a un vestito da provare, questa teoria non tiene
conto dell’unicità e dell’unità di ogni persona. Il mio corpo è una realtà concreta, palpabile, un
42 Rino Fisichella, Commento teologico al Catechismo della Chiesa Cattolica, PIEMME,1994.
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sorprendente laboratorio così perfetto che la scienza non ha ancora finito di farne l’inventario e di
comprenderlo. Ma è anche molto di più di una perfetta fabbrica biochimica.
E’ attraverso il mio corpo che posso prendere coscienza di me stesso, esercitare la mia libertà,
esprimere il mio pensiero, i miei sentimenti, amare, lavorare, provare gioia e piaceri, situarmi
nell’universo, comunicare ed entrare in relazione con il mondo e gli altri uomini. Grazie al mio
corpo l’amore e la solidarietà si incarnano nell’intreccio delle relazioni umane: un dono di per sé
materiale, porta gioia che non è materiale. Ma ciò che fa sì che questo corpo sia il mio e non di un
altro, non solo le molecole chimiche che lo costituiscono ma la loro particolare combinazione, che
in linguaggio informatico si direbbe: il loro “programma”. Non c’è un corpo intercambiabile,
ognuno possiede il proprio corpo. Il corpo però non rappresenta la totalità della persona, esso infatti
senza la dimensione spirituale non è persona.
La dimensione spirituale dell’uomo si manifesta con la sua capacità di dire “io”, di pensare,
animare, dirigere, dominare e superare la dimensione biologica che lo condiziona. E’ impossibile
ridurre la persona umana, la sua capacità di amare, che può arrivare fino al dono di sé, ai soli
meccanismi ormonali o al metabolismo biologico.
Il corpo può essere principio di schiavitù o servitore dello spirito, fattore di regressione verso
l’animalità o compagno di crescita nell’amore, segno di aggressività o espressione di tenerezza, di
accoglienza o di chiusura, di scaltrezza o di sincerità.
L’uomo è chiamato a “umanizzare” il suo corpo. Il nostro spirito tende a “spiritualizzare” il
corpo. La sua grandezza è quella di potersi aprire a dei valori che lo trascendono. L’uomo ha tanta
fame di gratitudine, dignità, libertà, amore, quanto di pane. C’è in lui un’apertura sull’infinito, un
richiamo interiore, come un “aldilà” che è già inscritto dentro di lui.
Ogni riflessione sulla vita nell’aldilà deve rispettare il mistero della persona che rimane sé stessa
pur trasformandosi in continuazione. In effetti, ciò che io sono oggi non assomiglia per nulla a ciò
che ero nei primi giorni della mia vita. Non ho più una molecola simile! Ma io resto “io”. A dispetto
dell’invecchiamento, delle mutilazioni corporali, resto ancora e sempre “io”. In questa
trasformazione continua, c’è identità della persona e non identità corporale.
Mistero della vita generata dalla morte stessa! Trasformarsi significa morire ad ogni istante. Noi
viviamo, ci rigeneriamo continuamente a
partire da ciò che è morto. La persona umana è, quindi,
questa entità unica che ha preso forma dalla misteriosa interconnessione di un corpo animato dallo
spirito e di uno spirito condizionato dal corpo.
Si deve sicuramente dare un nome all’ “io” che unifica la nostra storia, formata dall’eredità e
dall’educazione, dai fallimenti e dai successi, dalle relazioni e dalle esperienze più diverse.
Si deve sicuramente dare un nome per poterne parlare in linguaggio umano al “substrato”, alla
“scatola nera” in cui in qualche modo si cristallizza la nostra identità personale. Alcuni lo chiamano
“spirito”, la tradizione cattolica “anima”. E se, conformemente all’esperienza cristiana, l’uomo ha
un avvenire nell’aldilà, è assai logico pensare che sia questo “substrato”, questa identità, questo
“io”, questo spirito o “anima” ad assicurare nel cambiamento la permanenza della sua identità.
Ma affermare che l’ “anima” immortale entri da sola nella beatitudine di Dio attendendo il “suo
corpo” alla fine del mondo, non significa dire il contrario di ciò che si è sostenuto, cioè l’unità della
persona umana? Infatti se l’uomo non risuscitasse tutto intero, corpo e anima, la nostra eterna
beatitudine non sarebbe una beatitudine di uomo, ma solo di anima senza il corpo.
L’uomo non fa parte di esseri puramente spirituali, come gli angeli. L’anima non può essere quella
di una persona umana se non ritrova immediatamente una certa dimensione “corporale”: “Ora lo
Spirito di Colui che risuscitò Gesù Cristo da morte, darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in virtù
dello spirito che abita in voi” ( Rom 8,11). Credere che Dio renderà la vita ai nostri “corpi mortali”
non significa che essi saranno in qualche modo “resi eterni”, identici cioè al corpo che possiedono
in vita. Una tale affermazione sarebbe d’altronde insostenibile per quelli che hanno un corpo
mutilato o handicappato! Dobbiamo rinunciare a trasportare così com’è il nostro “corpo fisico”
attuale nel mondo dell’invisibile.
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La risurrezione del nostro corpo non deve essere vista come creazione di una semplice copia
conforme al nostro corpo biologico che si decomporrà nella terra. Una volta morti a questo universo
fisico, primo stadio della creazione, non abbiamo più bisogno del corpo biologico che può allora
dissolversi e diventare un cadavere. Ma il cadavere non è più il “corpo” di un uomo! Non è che un
ammasso non identificato di elementi fisico-chimici. Il nostro “io” è qualcosa di più della
componente biologica colpita dalla morte fisica. E’ una combinazione unica e originale. C’è
senz’altro rottura e continuità.
- Rottura causata dalla morte con la perdita del nostro io biologico, di tutti gli organi che ci sono
necessari in questo mondo fisico.
- Continuità, poiché l’essenza della nostra vita, che costituisce la nostra identità storica, non muore,
perché Dio ci darà un altro “corpo” nuovo, personalizzato che manifesterà, esprimerà la nostra
identità e sarà adatto alla nostra nuova vita. Non è, però, in nostro potere, “immaginare” le modalità
di questa “maturazione” corporale. La natura dell’uomo risuscitato resta misteriosa. Solo le
manifestazioni di Cristo dopo la Pasqua possono lasciarcela intravedere. Quando Cristo “si fa
vedere” dai suoi discepoli, deve adattarsi ai loro limiti umani e può quindi mostrare molto
parzialmente il suo nuovo stato nell’eternità di Dio.
Il nostro “corpo spirituale” come dice S. Paolo, deve essere adatto a esprimere il nostro io
personale in una relazione nuova con Dio e con il mondo. Dobbiamo abbandonare il registro del
tempo e dell’immaginario, della trasposizione di questo mondo nell’aldilà e dobbiamo entrare in
quello dell’eternità di Dio, il cui dinamismo nell’atto creatore non annulla né la storia né l’identità
dell’uomo, ma lo conduce al suo compimento: “Riceveremo una dimora da Dio, abitazione eterna
nei cieli, non costruita da mani d’uomo” (2 Cor 5,1). E’ qui che la logica della fede, fondata sulla
logica dell’amore di Dio, crede nel suo intervento creatore.
A colui che è stato capace di creare la prima fase di un universo di per sé meraviglioso, con i suoi
miliardi di galassie, non mancherà di certo l’immaginazione creatrice per rinnovarlo in un modo del
tutto imprevedibile, per dare al nostro spirito un nuovo “supporto” corporale adatto a quelle nuove
condizioni di vita che ci sfuggono completamente: “Noi attendiamo, come salvatore, il Signore
Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù
del potere che ha di sottomettere a sé tutto l’universo” (Fil 3, 20-21). Infatti se Cristo si è incarnato,
non è stato per liberarsi dalla sua umanità, ma per “trasformarla” con la sua potenza di vita.
Le testimonianze alle “frontiere” della morte, non ci informano sull’aldilà, che conservano il loro
mistero e la scienza non potrà mai rispondere a tutte le domande che l’altra vita impone.
il giudizio particolare
- “La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della
grazia divina apparsa in Cristo. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella
prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche a più riprese,
l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla
sua fede…” (CCC 1021).
- “Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione
eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà
attraverso una purificazione o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà
immediatamente per sempre” (CCC 1022).
Con la morte l’uomo entra nell’esistenza definitiva. Dato che, nella sua libertà, l’uomo nel
tempo della sua vita può aver scelto pro o contro Dio, la definitività che lo attende può essere di
salvezza o di condanna. Ora l’idea del giudizio, nel Nuovo Testamento (pensiamo a Mt 25,31 ss) è
unita soprattutto alla parusia del Signore alla fine dei tempi. Non mancano però nel Nuovo
Testamento alcuni brani che parlano di uno stare con Gesù immediatamente dopo la morte (la
parabola del povero Lazzaro: Lc 16,22 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone: Lc
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23,43), o di una situazione differenziata di buoni e di cattivi a partire dal momento della morte (per
esempio, la già citata parabola di Lazzaro e del ricco epulone). Non è facile trovare nel Nuovo
Testamento stesso un’armonizzazione esplicita tra questi brani che parlano della situazione
immediata di colui che muore e altri brani che si riferiscono al momento finale (Mt 25,31 ss).
Partendo però dalla convinzione che l’uomo, dopo la morte, giunge ad uno stato di salvezza o di
condanna definitive, si spiega molto facilmente che si sia arrivati all’idea del giudizio particolare,
cioè, quel giudizio che avviene alla morte di ognuno e che significa la retribuzione immediata in
funzione della fede e delle opere. Il n. 1022, già citato prima, riporta i testi del Magistero che
parlano direttamente o indirettamente di questo giudizio dopo la morte, presuppost
o necessario,
come abbiamo detto, della retribuzione immediata.
Tra questi testi merita una particolare importanza la costituzione di Benedictus Deus di
Benedetto XII, dell’anno 1336, che risolvette in modo definitivo la questione della retribuzione
immediata. Salvezza e condanna è l’alternativa davanti alla quale si trova ognuno di noi dopo la
morte. Questi sono i due possibili “risultati” del giudizio particolare. Ma il testo menziona una terza
possibilità, quella della purificazione. Una lettura rapida e superficiale può dare l’impressione che le
tre possibilità si collochino allo stesso livello. In realtà non è così: come si spiegherà chiaramente
più avanti, il “purgatorio” si trova, interamente, nel cammino della salvezza. Non è un risultato
definitivo come gli altri due, né uno stato intermedio tra il cielo e l’inferno. E la purificazione
necessaria ai salvati per entrare nella piena comunione con Dio, nel caso in cui le imperfezioni
umane non permettano a loro la gioia del cielo. Il noto testo di S. Giovanni della Croce ci dice che
sarà il nostro amore l’oggetto del giudizio di Dio su di noi.
il giudizio finale
- “La risurrezione di tutti i morti, “dei giusti e degli ingiusti” (Atti 24,15), precederà il Giudizio
finale. Sarà “l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce (del Figlio
dell’Uomo) e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male
per una risurrezione di condanna” (Gv 5, 28-29). Allora Cristo “verrà nella sua gloria, con tutti i
suoi angeli… E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il
pastore separa le pecore dai capri … (Mt 25, 32.46), (CCC 1038).
- “Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni
uomo con Dio. Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno
avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena” (CCC 1039).
- Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce
l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta…” (CCC 1040).
Il giudizio universale chiamato anche “giudizio finale” è uno dei temi più costanti
dell’insegnamento apostolico. Paolo insiste sull’universalità e sull’individualità del giudizio: “Tutti
ci presenteremo al tribunale di Dio … ciascuno renderà conto a Dio di sé stesso…” (Rom 14, 10-
12). Il giudizio si baserà sulle scelte fondamentali di ciascuno, tenuto conto della luce che ognuno
avrà ricevuto dalla propria coscienza o dalla propria tradizione religiosa.
Se Paolo stima il fatto che morire è un guadagno, è perché è persuaso che gioirà immediatamente
dopo la morte, e vivrà felicemente con Cristo. Questa risurrezione immediata sarà pienamente
compiuta e manifestata nel giorno della manifestazione ultima di Cristo. Ma è assai complicato e
difficile “rappresentarsi” ciò che succede tra il momento della nostra morte corporale e la fine del
mondo. Al momento della nostra morte, Dio crea nuovamente. Se la dottrina cristiana confessa una
“resurrezione dei corpi” lo fa sia per sottolineare la singolarità irriducibile della persona, sia per
esprimere questa trasformazione in Dio.
La separazione dell’anima dal corpo è una descrizione che non può pretendere né di spiegare, né
di definire il mistero della morte personale dell’uomo. Non sappiamo nulla sulle modalità di questo
“intervallo”, su ciò che succede tra la morte di ciascuno e la fine del mondo, né soprattutto se questo
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“intervallo” esista realmente! Il problema sull’ “intervallo” si pone se proiettiamo una nozione di
tempo nell’eternità di Dio.
Rischiamo sempre di proiettare le nostre categorie di spazio e di tempo nell’aldilà. Il tempo non
appartiene all’assoluto di Dio ma è relativo all’uomo. Il nostro bisogno di proiettare una “durata”
nell’eternità di Dio, tra la nostra morte e la fine del mondo, deriva probabilmente dal fatto che
assolutizziamo la nostra nozione di tempo che invece è solo “relativa”.
Ma, se la nostra risurrezione è immediata, ciò non significa che essa riceva immediatamente
tutta la sua ampiezza. E’ possibile che l’uomo risuscitato, che non ha ancora raggiunto la sua
perfezione, non gioisca subito della pienezza della vita e dell’amore di Dio, e che tutti gli elementi
della risurrezione di Cristo non siano pienamente realizzati in lui, subito dopo la morte. L’uomo
risuscitato non potrà dispiegare tutte le sue potenzialità se non il giorno in cui il suo corpo
“glorioso” gioirà pienamente per tutte le sue relazioni con Dio, con gli altri e il mondo nuovo. E
anche la comunione beatificante con Dio vivente sarà non una relazione statica ma un progresso
infinito. La nostra partecipazione alla sua risurrezione sarà probabilmente proporzionale alla qualità
della nostra vita.
In questo caso, il giudizio finale non può essere considerato come un secondo giudizio
dell’uomo – Dio non potrebbe contraddirsi – ma come la manifestazione agli occhi di tutti del
giudizio personale di ciascuno dopo la morte.
Quel che sembra chiaro nei testi del Nuovo Testamento è che, nell’aldilà ciascuno deve rendere
conto delle azioni della sua vita terrena e soprattutto dell’orientamento profondo che le avrà dato.
Non si può né sprecare l’amore di Dio né svalutare la responsabilità dell’uomo.
E’ questa la ragione per cui la coscienza morale dell’uomo, ha rapidamente sviluppato differenti
prospettive a proposito della retribuzione, della “giustizia” nell’aldilà, proiettandovi talvolta, in
modo troppo affrettato, la propria visione abbastanza limitata di una giustizia distributiva.
L’uomo è libero di scegliere il senso che vuol dare alla sua vita, ma Dio gli “rivela” che ci sono
delle scelte che fanno crescere e che lo conducono verso la vita e la felicità e altre che rischiano di
distruggerlo, di condurlo verso la disgrazia e la morte.
Quando i profeti annunciano il temibile “giudizio” di Dio contro gli uomini e i popoli che
avranno commesso “l’ingiustizia”, essi vogliono semplicemente dire che l’uomo, creato libero e
responsabile, dovrà assumersi le conseguenze delle proprie scelte. Dio, rispettoso della sua libertà,
non potrà che ratificarle.
La venuta di Cristo sulla terra ha messo la libertà umana di fronte a una scelta più decisiva in
quanto egli incarna il disegno di amore di Dio e si presenta come la “via” che conduce al
compimento dell’uomo, alla vita eterna: “Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha
mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”.
L’uomo è libero di accettare o di rifiutare la vita eterna, ma con questa decisione si giudica da
sé. In questo senso il nostro “giudizio” non è un atto isolato che seguirebbe la nostra morte, ma si
realizza, giorno per giorno, nella nostra esistenza quotidiana, ogni volta che optiamo per l’amore o
il non-amore, per la luce o per le tenebre, per la verità o la menzogna.
Cristo è venuto a liberare l’uomo proprio da questa incapacità di attuare da solo la sua vera
“vocazione”: “Se rimanete nella mia parola, siet
e veramente miei discepoli e la verità vi farà liberi”.
Tutto ciò ci permette di capire che in definitiva Dio non “giudica” nessuno, ma il “giudizio” è
immanente alla nostra esistenza terrena.
E’ l’uomo che si giudica da sé attraverso il modo di ascoltare, di accogliere o di rifiutare la
parola di vita di Cristo, attraverso il suo modo di amare o non amare. Al momento del “giudizio”
particolare che seguirà immediatamente la nostra morte, momento in cui sarà rivelato il segreto del
nostro cuore, Dio rispetterà la nostra libertà e suggellerà le nostre scelte.
Il giudizio “universale” invece, non sarà solo la manifestazione di quello che è successo nel
cuore dell’uomo che si è giudicato da sé, ma, verrà messo in piena luce tutto il cammino della storia
umana condotta da Dio ma deviata dall’uomo con le sue ingiustizie e i suoi errori: “Il Giudizio
finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il
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giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua
parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di
tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza
divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la
giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più
forte della morte” (CCC 1040).
Quindi il nostro destino, riuscito o mancato, si decide nella trama della nostra vita quotidiana.
Ciò che ha peso in questo “giudizio” è l’amore vissuto. La sola e decisiva domanda che Dio porrà a
ciascuno alla fine della vita è questa: “Che cosa hai fatto della mia tenerezza, della capacità di
amare, del briciolo di vita di me stesso che ti avevo affidato per seminare l’amore, per creare la
vita?”. Questo sarà l’unico criterio di discernimento che giudicherà ciascuno di noi.
Quindi, è l’amore vissuto, giorno per giorno, che fa passare l’uomo dalla morte alla vita. Amare
significa “conoscere” Dio, partecipare alla sua stessa vita. Attraverso l’amore, la nostra eternità è
già cominciata. E’ eterno unicamente ciò che il fuoco dell’amore avrà toccato, illuminato,
purificato: “Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non
ama rimane nella morte” (1 Gv 3,14).
Abbiamo sempre detto che il peccato è essenzialmente un rifiuto dell’Amore, un amore
sciupato, ferito o sepolto. L’uomo che non ama si distrugge da solo. Cristo ci ha liberati dal peccato
e quindi dalla morte. Questo è il dono fondamentale di Dio. Ormai, chi si apre a Cristo, al suo
amore e lo vive, si apre alla vita eterna. L’amore vissuto è sorgente di vita eterna.
La “carne” e i “suoi desideri” di cui parla Paolo non riguarda mai il nostro corpo in quanto tale,
ma tutto quello che ci chiude egoisticamente in noi stessi, il nostro “io” eretto a sistema di vita che
si rifiuta di aprirsi all’amore di Dio e del prossimo e rifiuta la vita eterna dello Spirito.
Nonostante una possibile angoscia davanti alla morte, Paolo è del parere che, lungi dal temerla,
dobbiamo guardarla come una tappa verso il nostro compimento. Questo atteggiamento diventa
sorgente di serenità per il cristiano per il quale vivere è restare uniti a Cristo con l’amore, perché
Dio ha destinato per la felicità dell’uomo tutto quello che Lui ha creato, compreso l’intero universo
e nel Giudizio finale “anche l’universo visibile è destinato ad essere trasfigurato (Rom 8, 19-23),
affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, senza più alcun ostacolo, sia al servizio
dei giusti, partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo Risorto” (CCC 1047).
Passa “la scena di questo mondo”, scriveva già S. Paolo. La scienza, oggi, conferma che il
nostro pianeta non è immortale, dal momento che il sole da cui esso dipende si consuma lentamente.
Esso ha già bruciato la metà del suo ossigeno, ma – niente paura – gli resta ancora di che illuminarci
e riscaldarci per cinque o sei miliardi di anni.
Di fatto nessuno può immaginare il futuro scenario, ma la speranza cristiana non dissocia mai il
destino di tutti gli uomini dal divenire del mondo fisico. I miliardi di anni che hanno preceduto
l’apparizione della terra, quella degli uomini, e la nascita di Cristo, non sono vuoti ma già permeati
dal suo Spirito. Tutta la gestazione cosmica che precede l’esplosione della vita, l’evoluzione dei
viventi fino all’apparizione dell’uomo, tutto è orientato verso l’ Incarnazione e la Risurrezione di
Gesù.
Pertanto anche l’universo materiale non è votato all’annientamento, ma è orientato verso la sua
trasfigurazione. La liberazione dell’uomo, che viene prima, condurrà a quella dell’universo che
verrà alla fine. Questa misteriosa interdipendenza dialettica tra l’universo e l’uomo sarà a un tratto,
ripresa e trasfigurata su un altro piano, dall’intervento imprevedibile di Dio al momento della
manifestazione definitiva di Cristo.
L’uomo e il cosmo non sono realtà statiche ma dinamiche. L’uomo con il suo lavoro quotidiano,
domina a poco a poco la materia, umanizza il mondo materiale e lo prepara alla trasfigurazione
finale per mezzo di Cristo. Ogni nuova conquista sia di ordine scientifico che di ordine sociale, se
messa a servizio dell’uomo, glorifica Dio e continua la sua opera. Un universo verso la risurrezione
può essere solo un universo animato dall’amore, sorgente di eternità per l’uomo e per il mondo
materiale.
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Dire con S. Paolo, che ormai non ci sono più né giudei, né greci, né schiavi, né liberi, né uomo
né donna ma che c’è un solo uomo in Cristo Gesù, vuol dire credere che, malgrado le nostre
differenze di cultura, lingua, nazionalità, storia, abbiamo un possibile avvenire comune. La speranza
cristiana senza negare le differenze di cultura e nazionalità, ci libera dal pericolo dei nazionalismi
estremisti. Il cristiano, animato da questa speranza, può e deve interpretare i “segni” dei tempi, quali
gli sforzi per lo sviluppo e la pace, la costruzione di una grande Europa solidale e aperta agli altri
continenti, segni che manifestano l’aspirazione segreta degli uomini all’unità e alla lenta gestazione
della fratellanza universale.
Il nostro universo è stato concepito da Dio per diventare, un giorno, la Terra Nuova in sintonia
con lo splendore dei corpi risuscitati Sapere quando e come Dio compirà questo rinnovamento
ultimo dell’uomo e dell’universo, legato alla manifestazione finale di Cristo, non ne sappiamo nulla.
Il suo scenario ci sfugge. La fede cristiana, a proposito dell’inizio e della fine del mondo, non dà
alcuna spiegazione né cronologica né descrittiva. Il cristiano crede semplicemente che c’è un
rapporto stretto tra Dio e la creazione, tra Dio e la storia dell’umanità, tra Dio e l’esistenza di
ciascuno di noi.
Non sappiamo nulla sul modo e sulla data della fine del mondo. Secondo i Vangeli, Gesù stesso
si è rifiutato di rispondere a questo genere di domanda, bloccando nettamente qualsiasi
supposizione su questo campo: “Quanto al giorno e all’ora nessuno lo sa, neppure
gli angeli del
cielo, ma solo il Padre” (Mt 24,3 e 35-36). La fine del mondo ci sfugge tanto quanto il suo inizio,
quando cioè, dopo il Big Bang iniziale (quindici miliardi di anni fa), l’universo ha cominciato ad
espandersi.
Dal momento che tutto ciò che riguarda l’aldilà è propriamente impensabile per l’uomo, il solo
modo possibile per parlarne è quello dell’evocazione simbolica. Ogni epoca utilizza delle
“rappresentazioni” iconografiche, frutto di una propria cultura. E’ quindi, del tutto naturale che
anche Paolo e i primi cristiani ereditano il proprio vocabolario e le proprie immagini dal mondo
giudaico e più particolarmente da quello della letteratura apocalittica.
I primi cristiani di Tessalonica erano talmente convinti che l’avvento finale di Cristo, e quindi la
fine del mondo e la risurrezione finale, sarebbero venuti abbastanza presto, che si interrogavano
sulla sorte dei loro defunti morti prima di questo giorno tanto atteso, e Paolo risponde che: “Il
Signore discenderà dal cielo e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi. Quindi noi, i
viventi, i superstiti, insieme con essi saremo rapiti nelle nubi per incontrare il Signore nell’aria. E
così saremo sempre con il Signore” (I Tess 4, 13-17; II Tess 1, 7-10).
Non dobbiamo dare un significato descrittivo a questo brano, esso non è altro che un
rivestimento letterario simbolico. Quello che importa è la fede e la speranza cristiana che Paolo vi
esprime: qualunque sia la data della fine del mondo, la morte non sfocia nel nulla, ma Dio prende
l’iniziativa di “riunirci con lui”. Ciascuno sarà rapito per “incontrare il Signore” ed “essere sempre
con lui”.
In un’altra lettera, circa la stessa venuta prossima di Cristo, Paolo “rappresenta” la fine del
mondo come un’improvvisa metamorfosi dei morti e dei vivi a causa della venuta trasformante di
Cristo: “Ecco, vi dico un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati: in un istante, in
un batter d’occhio, all’ultima tromba, i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati” (I
Cor 15, 51-52). Il “passaggio” dalla fine dell’uomo e dell’universo alla trascendenza divina, dal
tempo all’eternità, dice Paolo, presuppone una rottura radicale, simile allo sconvolgimento che
provoca un terremoto o maremoto. Queste immagini, però, non devono metterci paura, ma vogliono
spiegarci semplicemente che il compimento ultimo della creazione e dell’uomo non ci sarà senza un
doloroso travaglio di parto e di purificazione. Ancora una volta, però, queste rappresentazioni
iconografiche non sono descrizioni scientifiche della fine dei tempi, ma esprimono semplicemente
una convinzione di fede: ossia che la manifestazione ultima di Cristo avrà luogo e che riguarderà
l’uomo in tutte le sue dimensioni storiche e sociali e tutto l’universo creato sarà solidale con
l’uomo.
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La nostra preoccupazione non deve essere tanto quella di conoscere a tutti i costi quando verrà
la fine del mondo, quanto quella di desiderare che l’amore di Dio regni dappertutto! Che invada e
trasformi il cuore dell’uomo e, attraverso lui, tutto l’universo creato.
Dal momento che nessuno conosce né il giorno né l’ora della sua ultima manifestazione, Cristo
stesso invita i credenti alla “vigilanza” per essere pronti all’incontro imprevedibile per ciascun di
noi e per tutta l’umanità.
E’ interessante notare che il tema della “vigilanza” sia continuamente presente
nell’insegnamento di Gesù, non per fare dei suoi discepoli degli uomini timorosi e paurosi
dell’avvenire, ma degli uomini vigilanti e “svegli” nei confronti di tutto ciò che “nasce” nella nostra
storia personale e in quella dell’umanità. E’ un invito a non lasciarci accecare dall’effervescenza
degli avvenimenti e dalle emozioni superficiali della nostra società, ma a saper discernere dove e in
che modo sta operando l’energia della risurrezione e dove la linfa dello Spirito zampilla nello
spessore dell’umanità.
La nostra morte sarà la nostra “via di Damasco”. Morire vuol dire incontrare Cristo Signore
Risorto faccia a faccia. Solo dopo la nostra morte scopriremo “ciò che Dio ha preparato per quelli
che lo amano” (I Cor 2,9). E quando, di fronte alla morte implacabile, saremo assaliti dall’angoscia
e dalle forze distruttrici del dubbio, è contemplando l’icona dello splendore del Cristo trasfigurato e
meditando la sua Parola che potremo sentirlo sussurrare nell’intimo più profondo del nostro essere:
“ Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).
La nostra speranza in questa risurrezione non si poggia sui nostri fragili sentimenti o sui nostri
ragionamenti troppo limitati, ma nella convinzione interiore dell’amore, illuminata dallo Spirito di
Dio stesso che abita nel nostro cuore: “Ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. La speranza,
poi, non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 2.5).
l’inferno
- “Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo
amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi:
“Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che
nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” (1 Gv 3,15). Nostro Signore ci avverte che
saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi
fratelli (Mt 25, 31-45). Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore
misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed
è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene
designato con la parola “inferno” (CCC 1033).
- “Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile (Mt 5, 22.29; 13, 42.50; Mc
9, 43-48), che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove
possono perire sia l’anima che il corpo (Mt 10,28). Gesù annunzia con parole severe che egli
“manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella
fornace ardente” (Mt 13, 41-42), e che pronunzierà la condanna: “Via lontano da me maledetti nel
fuoco eterno!” (Mt 25,41). (CCC 1034).
- “La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di
coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli
inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno
consiste nella separazione eterna da Dio, l’uomo, infatti, solo in Dio può avere la vita e la felicità
per le quali è stato creato e alle quali aspira. Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno,
questa è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio, in cui si persiste fino alla fine” (CCC
1035-1037).
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Abbiamo già detto in precedenza che per numerose civiltà l’Ade, lo Sceòl, gli Inferi,
designavano la dimora comune dei morti. Dal momento che Cristo si è manifestato vivo ai suoi
discepoli, questi ne hanno dedotto che egli non era rimasto
prigioniero degli “Inferi”: dimora dei
morti. Con la sua risurrezione, le porte degli “Inferi” sono state abbattute. Oggi, quando il Simbolo
apostolico ci dice che Cristo “è disceso agli Inferi”, ci sembra che questa formulazione sia piuttosto
antiquata. Infatti, se Cristo è il primogenito di una creazione nuova, porta con sé, nella luce del suo
regno, tutti i morti dopo Adamo ed Eva.
Vincitore del male e della morte, permette di nuovo a tutti quei milioni di esseri che vissero nel
corso dei secoli precedenti, di proseguire la loro crescita, la loro trasfigurazione. Egli concede loro
di accostarsi pienamente alla pienezza della vita di Dio, con il quale la comunione era diventata
impossibile dopo il dramma collettivo e personale del rifiuto.
Ma come Cristo ha potuto salvare tutti gli uomini che sono vissuti prima di lui su questa terra e
che erano già morti? La “discesa” simbolica agli inferi è un modo di esprimere il trionfo della vita
sulla morte anche in ciò che tradizionalmente era il suo dominio: la dimora dei morti.
Cristo risorto ha condotto nella luce del regno tutti, uomini e donne, che seguirono i dettami
della loro coscienza o della loro religione, animati dallo Spirito di Dio, quanti da millenni
attendevano la pienezza della vita. La risurrezione di Cristo fa entrare nell’oggi di Dio, nella sua
presenza beatificante, tutta la storia dell’umanità, ivi compreso il suo passato più lontano.
L’iconografia delle fiamme eterne, dei demoni con le corna e dei dannati contratti in smorfie di
dolore è rifiutata dai nostri contemporanei. Essa è indegna di Dio, è sufficiente, infatti, scorrere i
testi del Nuovo Testamento per constatare che se:
- da una parte, ci sono immagini ereditate dalla letteratura apocalittica ebraica, utilizzate anche da
Cristo, come “tenebre”, “fornace ardente di fuoco” in cui ci sarà “pianto e stridori di denti”,
“geenna dove il verme non muore e il fuoco non si estingue”.
- Dall’altra, però, ci sono testi che affermano in modo altrettanto esplicito la volontà di Dio “di
riconciliarsi per mezzo di Cristo con tutti gli esseri della terra e del cielo” (Col 1,20). “E come tutti
muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo” (I Cor 15,22), e ancora: “Il Salvatore
nostro Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità” (I Tim 2,4).
Dilemma tra un amore infinito, che non può essere “programmato” in anticipo e una “giustizia”
divina ridotta alla distribuzione di pene e ricompense! Tutta la rivelazione biblica mostra quanto
Dio sia Amore che chiama, invita, ma sebbene proponga di partecipare alla pienezza della sua vita e
del suo amore egli, non lo può imporre all’uomo. L’amore non può essere costrittivo, perché si
negherebbe da sé. Bisogna che all’uomo libero si lasci la possibilità di rifiutare l’amore, di
rinchiudersi in se stesso.
L’ “Inferno”, quindi, è la possibilità per l’uomo di distruggersi, rifiutando di uscire da sé stesso,
di lasciarsi “partorire” alla vita eterna dall’amore creatore di Dio. Quando Gesù fa dire al re del
giudizio finale: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno”, Egli manifesta l’impotenza di Dio
davanti alla situazione drammatica dell’uomo che non ha saputo amare e così è andato alla deriva,
“lontano” dalla vita.
Il rifiuto cosciente dell’amore, della luce è dunque il terribile peccato contro lo Spirito Santo,
menzionato da Cristo e per il quale Dio stesso non può nulla (Mt 12, 31-32). Senza dubbio questa è
la ragione per cui Gesù insiste tanto sull’importanza della nostra scelta tra l’amore di suo Padre e
del prossimo e la chiusura dell’uomo in sé stesso. Credere in Gesù vuol dire soprattutto credere
nella potenza dell’amore. Chi non crede al dinamismo dell’amore, fonte di apertura verso Dio e
verso gli altri, fonte di perdono, di dono, rischia di essere travolto dalla spirale infernale
dell’autodistruzione.
Non ci sono mai stati e non ci saranno mai “predestinati” all’inferno: la libertà dell’uomo non
può essere “programmata”. Se Dio ama gli uomini, li ama sempre ed è anche capace d’amare i suoi
“nemici”. Egli desidera ardentemente che ogni uomo sia “salvato”, raggiunga la sua pienezza.
L’inferno non può dunque essere una vendetta o un castigo prestabilito da Lui. L’autodistruzione
non può essere che una decisione dell’uomo.
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Ma come può l’amore perfetto di Dio sopportare di vedere sparire una sola delle sue amate
creature? E’ proprio per amore dell’uomo libero che egli ha accettato di limitare la sua potenza. Il
rifiuto assoluto dell’uomo sarebbe per lui un grande dolore, l’amore rende sempre vulnerabili. Dio
amando l’uomo si è reso Lui stesso vulnerabile.
Ma nelle nostre cattive azioni, nel nostro rifiuto di amare, abbiamo veramente coscienza di giocare
il nostro destino eterno? Credo di no! Ci sarà davvero qualcuno che sentirà le terribili parole dello
Sposo alle cinque vergini stolte che bussano alle porte del regno: “Non vi conosco”? (Mt 25,12). Lo
stesso Gesù non lo afferma. La stessa parabola è un forte invito alla vigilanza, a non lasciare che nel
nostro cuore si spenga la luce dello Spirito, il fuoco dell’amore.
Se l’inferno del rifiuto assoluto dell’amore è una realtà potenziale, non è scritto da nessuna parte
che qualcuno vi si trovi, “non è possibile a nessun uomo giudicare di qualcuno se sia incorso in una
tale rovina. Solo Dio sa chi sono questi uomini, e se ve ne siano” (Paolo VI, 29 Giugno 1967, a
chiusura dell’anno della Fede).
Se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza con tanto amore, riesce difficile
immaginare che egli possa accettare il suo “esilio” eterno senza fare di tutto per condurre la propria
creatura al suo compimento. Egli può tutto, anche “laddove si moltiplicò il peccato, sovrabbondò la
grazia” (Rom 5,20). Senza dubbio, non possiamo sfuggire al giudizio, ma come abbiamo detto
prima, è l’uomo che si giudica da solo, attraverso le sue azioni. Se alla sua morte, l’uomo non può
più tornare indietro, Dio può ancora andare avanti, se l’uomo non può più convertirsi nel senso forte
del termine, Dio può ancora purificarlo.
Per questo motivo, è la speranza e non la paura che deve animare la nostra vita, perché il vero
amore allontana la paura: “Nell’amore non c’è timore” ( I Gv 4,18).

l’Aldilà: il purgatorio

il purgatorio
- “La Chiesa chiama Purgatorio la purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo
eterno dei dannati. Coloro che muoiono nella grazia di Dio, ma sono imperfettamente purificati,
sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la morte, ad una
purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. La Chiesa ha
formulato la dottrina della fede relativa al Purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento.
La Tradizione della Chiesa rifacendosi a certi passi della Scrittura (1 Cor 3,15; 1 Pt 1,7), parla
di un fuoco purificatore. Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i
defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: “Perciò Giuda Maccabeo fece offrire il sacrificio
espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2 Macc 12,46). Fin dai primi tempi, la
Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio
eucaristico, affinché purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa
raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti” (CCC n.
1030-1031-1032).
Tutta la nostra vita è una conversione, una lunga nascita per amore, una morte al peccato, cioè a
tutto ciò che ci impedisce di amare veramente. Questa difficile e appassionante crescita per amore e
verso l’amore è la sola avventura degna dell’uomo. Essa coinvolge tutte le dimensioni della sua
esistenza: la sua storia, la sua vita relazionale, il suo corpo, le sue facoltà (intelligenza, volontà,
cuore) e i suoi gesti quotidiani.
La vita spirituale è la lenta ascesa dello Spirito, potenza di amore, che si congiunge al nostro
spirito per fecondare, unificare e integrare tutte le nostre facoltà spirituali e corporali con l’amore.
Questo compimento nell’amore deve probabilmente essere proseguito nell’aldilà.
L’oggetto della nostra “conversione” sulla terra è il desiderio di decentramento del nostro “io”,
ripiegato su sé stesso, per “rivolgerci” a Dio, aprirci ai suoi doni e agli altri uomini. Ma dopo la
morte fisica termina il tempo della conversione propriamente detto, l’uomo non può più modificare
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da solo le conseguenze delle sue azioni. Che fare? Si apre allora, probabilmente – è la logica interna
dell’amore – una necessaria tappa di ultima purificazione.
I primi cristiani per indicare questo nuovo stato della nostra crescita utilizzano il simbolo del
“fuoco purificatore”. Non è necessariamente una cattiva immagine se essa significa che l’amore
infinito di Dio è un “fuoco divorante”, un “vero bruciatore”.
Dopo la nostra morte, Dio-Amore dovrà ancora bruciare in noi molte scorie, tracce dei nostri rifiuti
di amare, oscurità, resistenze profonde all’amore che non si possono integrare nel nostro modo di
essere per l’eternità.
Noi spesso trasferiamo in Dio le nostre concezioni umane sul funzionamento della “giustizia”,
con tribunali, pene da scontare e luoghi di detenzione. Non si tratta di “espiare” i propri debiti ma di
purificarsi, di proseguire la crescita. Il disegno di Dio non è di “punire” l’uomo ma di farlo vivere,
di renderlo “giusto”, di adattarlo alle esigenze dell’amore. Nell’aldilà, questa dolorosa
incompletezza non sarà una “vendetta” di Dio, ma la nostra gestazione ancora necessaria per
partecipare all’amore pieno di Dio. Sofferenza feconda, mista a gioia, come quella di una donna che
partorisce, ma sa che i suoi dolori daranno la vita.
L’incontro con Cristo glorioso ci svelerà le nostre mancanze di amore e farà nascere in noi il
dispiacere di non aver amato abbastanza l’Amore, ma anche il desiderio ardente e purificatore di
amare di più. Questo doloroso rinvio della nostra totale unione con l’amore di Dio sarà il nostro
“purgatorio”, che è uno “stato” e non un “luogo”. L’ultima purificazione non è quindi un “castigo”
di Dio, ma un segno della sua misericordia, come quella del padre del figlio prodigo, che non
permette al figlio di sedere alla tavola della festa dell’amore senza averlo prima rivestito con la
“veste più bella”. Il desiderio di Dio è quello di realizzare la creazione dell’uomo nuovo, definitivo,
e di renderlo luminoso.
il paradiso
- “Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati,
vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (I
Gv 3,2), faccia a faccia” (CCC 1023).
- “Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la
Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la
realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva (CCC
1024).
La speranza cristiana non riguarda solo l’immortalità dell’anima ma una creazione rinnovata del
“corpo”. La nostra speranza è fondata sulla gratuità del suo amore misericordioso e non sulle
capacità naturali dell’uomo. La salvezza, la liberazione dal peccato, il perdono, la comunione con
Dio, la vita eterna non sono innanzitutto opera dell’uomo, ma un dono di Cristo risorto.
Il “cielo” della speranza cristiana non si riferisce al nostro vicino spazio cosmico dove splende il
sole, la luna e le stelle, né a quello infinitamente lontano dell’universo intergalattico, cielo che
comunque fa parte del nostro universo. Dio non può essere limitato in un “luogo”, non sta in alto
più che in basso.
Quando i testi ci parlano di coloro che sono “nei cieli” o quando noi diciamo che i nostri defunti
hanno raggiunto la “casa” di Dio, non vogliamo indicare un “luogo” ma la loro nuova condizione.
Quando l’evangelista Luca ci dice che Gesù è “salito al cielo”, esprime la sua glorificazione, la sua
partecipazione alla vita luminosa di Dio. Quando Paolo ci esorta a cercare continuamente “le cose
di lassù”, esprime la sua convinzione che l’uomo trova il suo compimento solo in Dio.
Quando Cristo stesso ci insegna a dire: “Padre nostro che sei nei cieli”, ci invita di fatto ad
aprire il nostro cuore a Colui che si fa prossimo dell’uomo ma la cui trascendenza è
incommensurabile rispetto al nostro mondo creato.
L’uomo non può né descrivere né immaginare il “cielo” di Dio, ma può talvolta contemplare
qualche riflesso nell’incantesimo di un tramonto. Le immagini o le esperienze umane restano degli
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approcci ancora del tutto umani, perché, come scrive Paolo: “Occhio non vide, né orecchio udì né
mai entrò in cuore di uomo, ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano”. La nostra situazione
è un po’ paragonabile a quella del bambino nel seno di sua madre. Gli è impossibile “immaginare”
la bellezza di un mondo che gli è esterno, che è ancora nell’“aldilà” del suo mondo chiuso al quale
egli è perfettamente adattato. Poiché questo universo di calore e di tenerezza materna gli procura
una certa sicurezza, egli vivrà il passaggio verso “l’altro mondo”, come una rottura dolorosa.
Tuttavia questa “nascita” è n
ecessaria, affinché realizzi il suo esser uomo. La “rottura violenta
dei martiri”, nel passare dalla nostra terra al “cielo di Dio” è chiamata “dies natalis”, il giorno della
nascita.
Cristo non si dilunga a descriverci le caratteristiche della vita nell’aldilà, ne afferma
semplicemente e fortemente la realtà con una serie di immagini che si completano e si richiamano a
vicenda per mostrare che nessuna di esse può “rappresentare” una tale realtà spirituale. Gesù non
può parlarci dell’aldilà se non facendo riferimento all’esperienza di tutti i nostri sensi. Nelle sue
parabole, paragona la vita eterna a una gioiosa e immensa festa della vita, aperta a tutti, a una festa
di nozze tra Dio e l’umanità che evoca l’intimità dell’amore, a un banchetto, alla gioia della
condivisione: pienezza di vita e di felicità alla sua Presenza.
Il “cielo” della fede cristiana è il regno di Dio, tema fondamentale dell’insegnamento in
parabole di Gesù. L’aldilà del regno è già in gestazione sulla nostra terra ma rimane imprevedibile
come l’albero nato dal seme. Chi può immaginare il frutto maturo dell’uomo nuovo e della terra
nuova? Il regno dell’aldilà, comunione con Dio e tra gli uomini, è una comunità in crescita.
Nessuna misura può calcolare la potenza dello Spirito che, nascosto nel profondo dell’umanità, la
anima, la feconda, la elèva per trasfigurarla un giorno. Non dobbiamo lasciarci rinchiudere nelle
nostre preoccupazioni terrene ma conservare un cuore aperto alla chiamata della vita, accogliere lo
Spirito, per tessere con i nostri gesti di amore quotidiani, la veste nuziale dell’uomo nuovo.
Presto o tardi, dovremo perdere tutti i nostri beni caduchi e provvisori, compreso il nostro corpo
fisico, per accogliere con gioia la vita nuova di Dio, tesoro infinito davanti al quale quel che
abbiamo dovuto abbandonare ci sembrerà irrisorio.
L’immagine del banchetto nuziale scelta da Gesù per evocare il regno di Dio suggerisce che
bisogna escludere la possibilità di una beatitudine individuale e non c’è felicità per l’uomo
risuscitato se non condivisa con tutti gli altri, senza confusione, ciascuno al suo posto, commensale
alla stessa tavola del banchetto della vita. La gioia di ciascuno è inseparabile dalla gioia di tutti.
Secondo la tradizione biblica, è il peccato ad aver chiuso all’uomo il “cielo”, il “paradiso”, cioè
l’intimità con Dio e la partecipazione alla sua vita. Cristo si presenta proprio come colui che apre di
nuovo la via alla vita di Dio, attraverso l’evento della Pasqua, e ci ha confermato che la vita
dell’uomo, la sua felicità, la sua pienezza è la conoscenza amorosa e la visione beatifica di Dio.
Questo è il suo desiderio più ardente: “Padre, voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con
me, dove sono io” (Gv 17,24).
La “visione” di Dio è ancora una analogia dei sensi che non deve indurci a immaginare il regno
di Dio come un semplice spettacolo permanente. Questa “visione” è detta “beata” perché la
pienezza di vita sarà una sorgente di felicità immediata e illimitata, continuamente rinnovata e non
statica. Guardiamoci dal trasferire i nostri modi di pensare nell’aldilà e di fare dell’eternità di Dio
un tempo senza cambiamenti che si estenderebbe all’infinito e procurerebbe una noia eterna.
Tutta la rivelazione ci suggerisce che l’eternità non è un periodo, ma un mistero di comunione
che illumina tutto l’essere ed esaudisce i suoi desideri più profondi di amare e di essere amato, una
comunione in cui non finiremo mai di scoprire le profondità di Dio e di contemplare la sua bellezza.
E S. Paolo, pieno di entusiasmo, ritiene che la potenza di Dio è capace di esaudire non solo le
nostre aspirazioni più profonde, ma di andare molto al di là di quanto potremmo sperare: “A colui
che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20).
Il “cielo” è il regno dell’amore che personalizza e “divinizza”, in esso l’uomo vi troverà la sua
vera identità dal momento che è stato creato per amare ed essere amato, infinitamente, eternamente.
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Cristo, il maggiore di una moltitudine di fratelli non ha mai lasciato intendere che il “cielo” sarebbe
una realtà uniforme che eliminerebbe le differenze (Gv 14, 1-3), ma un mistero di comunione in cui
tutte le relazioni che abbiamo stretto sulla terra, lungi dall’essere annientate, saranno continuamente
rinnovate.
L’espressione: “Cieli nuovi e terra nuova”, si riferisce all’insieme della creazione. E’ proprio
l’intero universo che cambia volto. Non con qualche ritocco o intonacatura superficiale della
vecchia realtà. Si tratta di una creazione totalmente rinnovata, frutto della risurrezione di Cristo.
Queste immagini (“cieli nuovi e terra nuova”) indicano un cambiamento totale, passiamo dal
nostro mondo visibile a quello di Dio. La nuova Gerusalemme (Ap 21, 1-4), simbolo del raduno
dell’umanità, non è una semplice conclusione degli sforzi o dei progressi terresti dell’uomo, ma è
un dono di Dio: “Essa discende dal cielo”.
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Questa grande rappresentazione dell’aldilà ha segnato profondamente la coscienza cristiana
attraverso le varie epoche. I predicatori hanno fatto volentieri man bassa delle descrizioni
dell’aldilà, soprattutto di quelle dell’inferno, per non parlare delle rappresentazioni artistiche il cui
scopo pareva quello di spaventare gli spettatori. Generazioni di cristiani hanno tremato al pensiero
dell’inferno eterno, delle sofferenze senza fine, del “sempre-mai” di un’esistenza priva di speranza.
Questa rappresentazione classica non è però esente da debolezze, e anche gravi.
1. Innanzi tutto è sicuramente problematico proiettare le nostre categorie di spazio-tempo
nell’aldilà. Certo, si può sempre dire che lo si fa a titolo illustrativo, senza pretendere che la
realtà sia davvero così come la si descrive. La grande maggioranza dei cristiani senza
dubbio pensa all’aldilà secondo le nozioni di “lassù” e “quaggiù”, di “sempre” e di “mai”, di
anime che, dopo la morte “aspettano”, ecc… ma se spazio e tempo sono legati alla materia,
non possono ritrovarsi tali e quali nell’aldilà. Segno che la rappresentazione tradizionale ha
bisogno di ritocchi profondi.
2. Nella storia del Cristianesimo, si è molto insistito sulle nozioni di ricompensa e castigo. Le
si è messe al servizio della morale tradizionale. Una tale insistenza, durata per secoli, ha
potuto generare solo una paura tenace dell’aldilà. Invece di avanzare con fiducia verso
l’amore di Dio, spesso ci si limitava a indietreggiare verso un giudizio terrificante. In fondo,
chi ha paura di Dio? Questa paura, tra l’altro, è l’eredità di secoli di predicazioni non sempre
equilibrate. Per esempio, il giudizio di Dio, invece di essere visto come la positiva occasione
per mettere in evidenza il significato e il valore delle nostre vite, è stato presentato spesso
come la conta irritante delle nostre buone e cattive azioni.
3. Il modo usuale di rappresentarsi l’aldilà è centrato sull’individuo. Quando l’essere umano
viene giudicato, è solo davanti al Creatore. E nel caso del giudizio universale si tratta solo di
rivelare a tutti la vita di ciascuno.
La comunità cristiana o umana considerata come un tutto
che ha vissuto nella storia, in modo collettivo e responsabile, non esiste al momento del
giudizio. E nemmeno la coppia, la famiglia. Sono individui quelli che vengono giudicati.
Non un insieme di uomini del quale viene rivelato il valore della vita. Viviamo con gli altri,
ci amiamo per anni, fino ad essere “sola carne”, come dice la Scrittura, e all’improvviso non
esiste niente di tutto questo: l’anima è sola davanti al Creatore. Il marito e la moglie o i figli
sono assenti. Come se la loro felicità fosse possibile senza la presenza dell’altro. Potremo
essere felici solo insieme e dipendiamo troppo gli uni dagli altri per essere giudicati, solo
individualmente. La felicità non è possibile se un solo essere umano è perduto. Se un
membro di un corpo soffre, soffre tutto il corpo. Ora, l’umanità è un grande corpo che potrà
essere felice solo se riunito in unità.
4. Secondo la visione corrente dell’aldilà poi, l’unità dell’essere umano è spezzata in modo
fondamentale. L’anima è l’unica realtà veramente importante, e può essere perfettamente
felice senza il corpo. Questa concezione conduce inevitabilmente a una svalutazione del
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corpo nella vita terrena e, di conseguenza, a una perdita di valore dell’insieme del cosmo. E
in realtà il cosmo, secondo la rappresentazione classica, non ha niente di meglio da fare che
sparire alla fine dei tempi. Era solo la scena sulla quale le anime, che animavano i corpi,
dovevano vivere la loro vita storica. Una volta terminata la rappresentazione, la scena
scompare. E’ l’insieme della creazione materiale che perde così di interesse. L’essenziale è
il cielo.
5. Di conseguenza, la vita umana perde il suo vero significato. Non è più lei che conta, ma
l’aldilà. Essa ne è solo la fase preparatoria. Ciò che ci viene detto dell’aldilà non è per
imparare a vivere quaggiù, il discorso sull’aldilà, per così dire, è ben al di sopra della vita
storica umana. Il rischio è che, tutto sommato, le sofferenze umane abbiano poca importanza
a confronto dell’eternità. Perché impiegare tante energie per riparare alle ingiustizie della
vita? Accettiamo piuttosto di sopportare con pazienza e rassegnazione le sofferenze di
quaggiù nell’attesa della felicità promessa nell’aldilà. Ci sarebbe da chiedersi perché il
Creatore non ci abbia creati direttamente nell’aldilà! Lui si sarebbe evitato molti problemi
con gli uomini, e avrebbe evitato a noi una tappa, a tratti, certamente molto difficile. Ma
Egli ama il cosmo, la natura, con noi dentro, nella storia. E potrebbe darsi che ci facciamo
del male a non prendere abbastanza sul serio questo mondo.
Da questo lato della vita non sapremo mai quello che ci riserva l’aldilà. La comunicazione con i
morti non è possibile perché le nostre parole, le sole che comprendiamo, non sono fatte per
descrivere l’aldilà. Un cieco dalla nascita può comprendere veramente i colori e spiegarli a una
persona che vede? Dunque non è un caso se le tradizioni bibliche, o persino Gesù, non ci hanno di
fatto svelato l’aldilà. Sappiamo tutto e solo quello che ci è utile per vivere meglio le nostre vite
storiche. E’ l’essenziale. Neanche Cristo, su tale argomento, ci viene in soccorso con parole, bensì
col dinamismo del suo Spirito.
Siamo così arrivati al termine di un lungo percorso storico che ci ha mostrato da dove vengono
le rappresentazioni principali che ci facciamo dell’aldilà. Essenzialmente hanno origine nel mondo
pagano, sono tutte impregnante dalla visione del mondo che si erano fatta gli antichi; sono tutte
segnate dalle categorie di spazio e di tempo; ognuna presenta vantaggi e inconvenienti; tutte quante
miravano a influenzare la vita di coloro che le condividevano e vi si riconoscevano. Se i nostri
predecessori nella fede sono riusciti a rappresentarsi l’aldilà in modi efficaci per loro, noi
dovremmo poter fare la stessa cosa. Si tratterebbe di prendere da loro quello che ha ancora qualcosa
da dire – perché corrisponde alla nostra fede ed è compatibile con la nostra visione del mondo – e
aggiungerci il nuovo che viene dalla nostra cultura. Quale potrebbe essere il nuovo?
La speranza nella risurrezione, che è il centro del Nuovo Testamento, è senza dubbio quanto
mai adeguata e in grado di aiutarci ad immaginare l’aldilà. Certamente essa comporta dei pericoli,
in particolare quello di indirizzare la nostra riflessione verso una corporeità molto materiale, oppure
di farci immaginare nell’aldilà una vita assai somigliante a quella attuale. Ma ha molto vantaggi.
Esprime bene l’unità dell’uomo. Non siamo soltanto vita affettiva, spirituale, intellettuale.
Siamo un corpo personale, o una persona corporale. Siamo una unità fondamentale che la morte
distrugge radicalmente, ma che può essere ricreata, in un’altra dimensione, per grazia di Dio. La
fede nella risurrezione esige che noi rispettiamo sia la nostra personalità che la nostra corporeità.
Prendersi cura di sé, della propria salute, del proprio equilibrio, tenendo conto dei limiti del proprio
essere, fa parte della speranza nell’aldilà. Colui che risuscita sarà, corpo e persona.
La speranza nella risurrezione rispetta anche la dimensione fisica della vita che viviamo, fatta di
scambi interessanti con la natura e il cosmo. Non c’è vita umana senza aria, senza acqua, senza
nutrimento, senza natura, senza cosmo. Noi facciamo parte di coloro attraverso i quali il cosmo si
conosce e si ama.
Abbiamo visto nella prima parte di queste nostre riflessioni che, gli atomi che formano i nostri
corpi sono stati formati miliardi di anni fa, nell’infanzia dell’universo. Siamo, dunque, i figli del
cosmo, la storia del quale ci segna fin nell’intimo.
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Viviamo del cosmo che, per mezzo di noi, prende coscienza di se stesso. Il nostro legame con esso,
con la natura, è così profondo che la nostra vita senza di essi è impensabile. Da qui l’importanza di
avere legami corretti con l’universo materiale, un rispetto fondamentale della natura. Sperare nella
risurrezione presuppone che si sia ecologisti nell’anima. Sopravvivremo, risuscitati nella natura
trasfigurata, che avremo o non avremo rispettato. Il nostro ambiente futuro dipende da come ci
comportiamo con l’ambiente attuale.
Rappresentarsi l’aldilà come risurrezione rispetta anche l’aspetto collettivo della vita umana.
Riceviamo la vita gli uni dagli altri: non solo quella fisica avuta dai genitori con la nascita, ma la
vita della famiglia, la vita delle amicizie, la vita dell’educazione, la vita della cultura. Attraverso la
scuola, i libri, il teatro, la radio, la televisione, ecc… migliaia di esseri umani hanno contribuito al
divenire dell’essere umano che io sono. Io sono loro ed essi sono me. Siamo gli uni per mezzo degli
altri fino a un punto che non possiamo neanche immaginare. Nei miei geni riassumo la storia
dell’umanità che mi ha preceduto. Con la mia vita, la mia umile vita, modifico in modo irrevocabile
il resto del corso della storia umana. Più niente sarà come prima, perché avrò vissuto. Sono
inseparabile dalla mia famiglia, dai miei amici, dai miei colleghi di lavoro, dalla mia comunità
cristiana, dal mio Paese, dall’umanità nel suo insieme.
Per questo è significativ
o che la risurrezione sia una realtà collettiva. Il corpo risuscitato nel
quale speriamo non è prima di tutto il corpo individuale, nella sua materialità, ma il corpo che
comunica, il corpo nel legame con la natura, il corpo che parla, il corpo che ama, il corpo che prega.
Il corpo riassume l’umanità e il cosmo. E’ il corpo “dell’umanità” che risusciterà. Per questo la
risurrezione di uno solo, separata dagli altri è impensabile. Paolo lo dice molto bene nella Prima
Lettera ai Corinzi 15,19. Se Cristo è risorto, anche noi lo saremo. Se non lo siamo noi, neanche lui
lo è stato. Siamo troppo legati gli uni agli altri, nel bene come nel male, per essere salvati o perduti
da soli. Se uno solo è perduto, allora lo sono tutti. Ora, Cristo è risorto, quindi… da qui la grande
serenità dei primi cristiani. Io contribuisco alla salvezza degli altri, e loro alla mia.
Si tratta di vivere come responsabili gli uni degli alti. Niente di ciò che fanno gli altri può
lasciarmi indifferente. Quando viene dichiarata una guerra, è la mia risurrezione che viene
minacciata. Quando io faccio del male al prossimo, questo si percuote su tutti. Quando viene offesa
l’uguaglianza tra uomini e donne, è il corpo dell’umanità risuscitata che viene dilaniato. Quando un
popolo si libera oppure in esso progredisce la democrazia, è la speranza nella mia risurrezione che
cresce. Quando sorge un santo tra noi, è la nostra salvezza che si afferma.
Tutto ci tocca. Tutto ci appartiene. E’ l’umanità il grande corpo che risorgerà nell’aldilà. Ora,
quelli che vorrebbero che una parte ne venisse staccata e fosse mandata a marcire nell’inferno,
stanno staccandosi da essa. Sono proprio loro che sono minacciati dall’inferno, proprio loro che si
sono, per un motivo o per l’altro, staccati dal corpo. Oppure quelli che vogliono amputare il corpo.
La vita è quella dell’insieme del corpo. E’ per questo che la speranza nella risurrezione nell’aldilà si
manifesta col creare legami quaggiù. In tutti i modi possibili. Parlare dell’aldilà significa palare dei
legami che ci sono tra noi.
E il giudizio?
Il giudizio è una realtà importante, nella quale occorre sperare fin da ora e da vivere nell’aldilà.
Quaggiù le ingiustizie della vita fanno soffrire e perfino morire moltissime persone. Sono quindi
normali le aspirazioni a un rovesciamento della situazione per mezzo del quale gli sfortunati
possono trovare un po’ di felicità e gli oppressori riparare ai torti inflitti. Dunque, dobbiamo sperare
nel giudizio per il presente, e pensare con gioia al giudizio dell’aldilà. Dimentichiamo il giudice, la
bilancia e il terrore. Il giudizio è rivelazione del significato della storia, della vita di tutta l’umanità.
Non si tratta di vedersi giudicati in base al peso rispettivo delle nostre azioni, ma di ricevere
dall’insieme dell’umanità, a cominciare dai propri familiari e amici, una specie di grande
apprezzamento per la vita vissuta.
Tante testimonianze di amicizia o di riconoscenza che non saranno mai espresse, lo saranno
allora; tanti piccoli gesti acquisteranno tutto il peso del loro significato; tante vite oscure
diventeranno illustri. Sicuramente ci sarà spazio per i rimpianti, le richieste di perdono, la presa di
51
coscienza del male fatto, del peso enorme di atrocità innumerevoli e senza nome. Il “purgatorio”
trova così il suo significato. Ma ha un significato sullo sfondo di un grande amore, di quella parte
della grande umanità riunita in un solo corpo che prende improvvisamente coscienza del grande
amore di Dio nei suoi confronti. Il male si pagherà, la l’amore vincerà. Finalmente.
E l’inferno?
Sarà stato quello della grande solitudine delle persone anziane e abbandonate, solitudine dei drogati,
solitudine dei politici “soddisfatti” di fare guerra, solitudine dei finanzieri o degli uomini d’affari
soli al vertice e senza legami con nessuno, solitudine dei religiosi che avranno condannato gli altri
in nome di Dio. C’è tanta solitudine nell’umanità! Ma può accadere che un essere umano decida di
escludersi dall’umanità per l’eternità? Forse, se ha la disavventura di essere abbandonato solo alla
sua solitudine. Ma se Dio è Dio, come potrebbe non intervenire? Dopo tutto, ne va della felicità di
tutti gli altri. Chi ha già amato o è stato amato o lo ha desiderato non potrà mai perdersi.
Quando?
Se nell’aldilà il tempo non esiste, la domanda sul quando accadranno le “ultime cose” non ha senso.
Ma possiamo “situarci” nei confronti del momento della morte. Le nostre morti individuali di
distendono nel tempo e nella storia. Ma dal momento in cui attraversiamo quella realtà della fine,
veniamo proiettati in un’altra dimensione il cui tempo e spazio non hanno presa. E’ consentito
pensare che allora, fuori dal tempo, istantaneamente (se così si può dire), con la mediazione del
“comitato di accoglienza” formato dai nostri parenti e amici, arriveremo ad incontrare l’insieme
dell’umanità, compreso coloro che abbiamo, per così dire, lasciato dietro di noi. Morire non è
lasciare tutto, bensì incontrare tutto. Morte, risurrezione, giudizio e vita eterna sono tutt’uno. Sono
realtà molto vicine. Un aldilà, a giudicare da quelli che ci amano, che ha già i lineamenti dell’amore
di Dio.
Dalla concezione che abbiamo dell’aldilà dipende il nostro modo di vivere l’aldiquà. Da qui la
sua importanza. Essa condiziona la vita, la quale, a sua volta, condiziona l’aldilà. Quaggiù,
l’essenziale è che ci sia una vita prima della morte.
Il nostro modo di vivere oggi dipende, al tempo stesso, dalla nostra fede e dalla nostra cultura
odierna. Ecco perché non possiamo semplicemente interrogare il passato per trovare le parole con
cui parlare dell’aldilà. Dobbiamo anche interrogare il nostro presente.
Ora, questo nostro tempo è preoccupato dell’insieme dell’umanità come mai prima d’ora; si
interroga sull’uguaglianza uomo-donna; si preoccupa di ecologia e di ambiente; si appassiona nella
ricerca dell’origine dell’universo e sui suoi limiti, sugli albori dell’umanità e sulla sua storia. Oggi
non possiamo pensare all’aldilà prescindendo da queste domande. Perché sono queste che
interpellano il nostro modo di vita.
Dio, ci dice Gesù, non è il Dio dei morti ma dei viventi. Tutto riguarda la vita. Per noi cristiani, si
tratta di vivere come Gesù insieme ai nostri fratelli nella fede, all’interno della società e della natura
nelle quali siamo inseriti. La nostra speranza ci aiuta a vivere, traccia per noi un cammino di vita.
Anche se, per assurdo, alla fine non ci fosse nulla, rimarrebbe ugualmente un bel cammino di vita
che sarebbe bene percorrere. Ma alzando lo sguardo verso l’orizzonte dell’aldilà, si sente a tratti
nascere il sorriso della speranza. L’orizzonte resta orizzonte. Nessun essere umano è mai ritornato.
Ma aiuta ad andare avanti. Davanti a noi ci sono fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, c’è tutta
l’umanità. E c’è il Dio dei viventi.

L’Aldilà: la risurrezione di Cristo

la risurrezione di cristo

La risurrezione di Gesù è la verità centrale della fede in Cristo (CCC n. 638). Ed è l’evento chiave

per la comprensione della storia dell’umanità e del suo destino (GS 10,22). Il IV Convegno

Ecclesiale di Verona (2006) ha sottolineato il valore della centralità del mistero pasquale, fonte e

rinnovamento e di vita per la Chiesa e per il mondo

43. Proprio perché la fede e la vita del cristiano si

giocano tutte sulla verità storica della Risurrezione, è indispensabile verificarla, affinché l’adesione

a Cristo Risorto si irrobustisca e possa quindi ricevere maggiore slancio anche la testimonianza

della carità.

L’analisi scientifica dei racconti evangelici ha permesso agli studiosi di ricostruire sicuri indizi di

storicità nei racconti pasquali di risurrezione, i quali spaziano dalla tomba vuota all’esperienza di

fede dei discepoli.

F. Lambiasi è uno degli specialisti che ha avuto il merito di sintetizzarli schematicamente

44.

1. Senza il fatto della risurrezione non si spiega il cambiamento avvenuto nei discepoli. Dopo

la crocifissione e la morte di Gesù, il loro stato d’animo passa dalla paura (Lc 24,37; Gv

20,19), dallo sconforto (Lc 24,21) e dall’incredulità (Lc 24, 11,37; Mc 16,10.14; Gv 20,25)

alla certezza incrollabile nella realtà di Gesù risorto. Pertanto, “è impossibile interpretare la

Risurrezione di Cristo al di fuori dell’ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento

storico. Risulta dai fatti che fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della

passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata. Lo

sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli non cedettero subito

alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione

mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti e spaventati, perché non hanno creduto

alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro un vaneggiamento

(Lc 24,11)”. (CCC 643). Anche messi di fronte alla realtà di Gesù risuscitato, “dubitano

ancora, tanto la cosa appare loro impossibile” (CCC 644), credendo di vedere un fantasma

(Lc 24,39). Ebbene, il cambiamento psicologico avvenuto nei discepoli è così radicale,

repentino e solido da renderli forti nell’affrontare il martirio e la morte. E’ confutata così

l’ipotesi dell’autosuggestione. E bisogna, inoltre, aggiungere che la conclusione cruenta

della vita di molti di loro confuta anche l’ipotesi dell’inganno, secondo la quale gli apostoli

avrebbero inventato la risurrezione rubando il cadavere.

2. Nel quadro degli avvenimenti pasquali il primo dato che si riscontra è il sepolcro vuoto.

Certo, “non è in sé una prova diretta. L’assenza di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi

altrimenti” (CCC 640). Malgrado ciò, il sepolcro vuoto rappresenta un segno essenziale.

Testimonia silenziosamente che la risurrezione non è un’esperienza puramente soggettiva

dei discepoli o un evento metastorico sganciato da ogni legame con la realtà dei fatti. Se la

risurrezione fosse, con linguaggio metaforico, solo la trasformazione della vita degli

apostoli, con il cadavere di Gesù ancora nella tomba – ipotesi dell’autosuggestione o

dell’isteria collettiva – non interesserebbe proprio a nessuno. Sarebbe da relegare nella pura

illusione irrazionale, priva di senso. La tomba vuota, invece, garantisce la continuità tra il

corpo del Risorto e quello crocifisso del Nazareno che ha conosciuto la morte e che porta i

segni della sua passione (Lc 24,36-40; Gv 10, 19-28). Il corpo del Risorto è lo stesso del

crocifisso, sia pure in uno stato nuovo di glorificazione. Il nuovo stato di vita di Gesù non è

la rianimazione di un cadavere come quello di Lazzaro, che ritorna a una vita terrena, bensì

la vita immortale di colui che ha vinto la morte (CCC 640, 646): può essere riconosciuto

43

Benedetto XVI, L’avventura affascinante della Chiesa in Italia, Benedetto XVI al IV Convegno Ecclesiale Nazionale

di Verona, 19 ottobre 2006, LEV, Città del Vaticano 2007.

44 F. Lambiasi, Teologia fondamentale, La Rivelazione, (Manuali di base 19) Piemme, Casale Monferrato (AL) 1991,

pp 129-132; cf R. FISICHELLA,

La Rivelazione: evento e credibilità… 320-326; V. MESSORI, Dicono che è risorto…

pp 31ss.

53

solo per la sua libera iniziativa (Gv 20, 14-17; 21,7; Lc 24, 15-16.31); prende cibo alla

presenza dei discepoli (Lc 24, 41-42; Gv 21, 4-14) ed entra nel cenacolo a porte chiuse (Gv

20,19; Lc 24,36). La tomba vuota suppone, infine, e non è necessario insistere su questo

aspetto, la vera morte di Gesù e la sua deposizione in una tomba riconoscibile, così da

poterla individuare dopo gli avvenimenti pasquali. L’ipotesi di una morte apparente è

puramente fantasiosa. Coloro che hanno crocifisso Gesù erano i professionisti del tempo, i

soldati romani, e non improvvisati e pasticcioni carnefici. Sapevano perfettamente come si

svolgevano le crocifissioni, ed erano tenuti ad accertarsi che tutto procedesse secondo la

sentenza di condanna. Il colpo della lancia che trapassa e squarcia il cuore di colui la cui

morte era già stata accertata (Gv 19, 31-34) ne è la riprova. Non c’è ipotesi di morte

apparente che tenga di fronte a questo dato. Del resto, né i giudei (Gv 19,30), né Pilato (Mc

15, 43-45) contestarono la morte reale di Cristo.

3. Non è pensabile neppure lontanamente all’ipotesi di furto del cadavere da parte dei discepoli

in modo da inscenare la risurrezione, giacché la profanazione del sepolcro era severamente

proibita non solo dalla legge ebraica (Num 19,11; 5,2) ma anche da quella romana, tanto da

prevedere la condanna a morte.

4. Se il fatto della risurrezione fosse stato inventato, non ci spiegheremmo la sobrietà dei testi

evangelici. Ad esempio, da nessuna parte troviamo – come ci aspetteremmo per un naturale

sentimento di rivalsa – un’apparizione di Gesù ai suoi nemici, come invece viene narrata,

negli apocrifi, dal vangelo di Gamaliele (8, 1-10,11) o dai contorni fantastici del vangelo di

Pietro, secondo il quale dal sepolcro sarebbe uscito Gesù con la testa che sorpassava i cieli e

con la croce che gli camminava dietro (9,36-10,42).

5. Il primo annuncio della risurrezione è dato dalle donne che incontrano il Risorto (Lc 24, 9-

10; Mt 28, 9-109; Gv 20, 11-18; CCC 641). Ma difficilmente si sarebbe potuto inventare un

tale privilegio, visto che nell’antico Vicino Oriente semita le donne non potevano

testimoniare in alcun processo, come è attestato dalla stessa Encyclopedia Judaica, sulla

scorta delle sentenze del libro dei Proverbi e del Qoèlet.

Per riassumere: la risurrezione non è una invenzione dei discepoli, perché questi sono restii a

credere; davanti al Risorto devono arrendersi all’evidenza dei fatti. Se fossero stati dei falsari non

avrebbero inventato il racconto delle apparizioni del Risorto alle donne, visto che per la mentalità

ebraica la testimonianza delle donne era priva di valore giuridico.

Ma perché Cristo non è apparso a Pilato e ai sommi sacerdoti? E’ una domanda che conferma

l’attendibilità dei vangeli, perché se raccontassero favole studiate a tavolino, sicuramente avrebbero

dato libero sfogo al desiderio di rivalsa e di vendetta, mostrando il Cristo glorioso a Pilato o a

Erode. Ma gli evangelisti si attengono ai fatti – a differenza degli apocrifi che invece ci ricamano

sopra – e non raccontano questi generi di episodi. Si sono dimostrate false molte congetture di

studiosi razionalisti al riguardo della risurrezione: la pietra rotolata davanti al sepolcro non è

simbolica, come prova la fila di tombe nella zona nord-est di Gerusalemme; il sepolcro nella roccia

non è mitologico, perché corrisponde a un’usanza di cui troviamo tracce nella zona detta di

Ghanedrin, a Gerusalemme; le cento libbre di mirra e aloe preparate da Nicodemo non sono

inventate per dare solennità al racconto, perché studi recenti sulla tecnica funeraria di duemila anni

fa dimostrano che si trattava di un composto aromatico che ostacolava la putrefazione.

In definitiva, la realtà della Risurrezione è un articolo di fede che ci viene veicolato dalla

testimonianza degli apostoli. Sono loro che hanno fatto l’esperienza dell’incontro con Gesù dopo la

sua morte e, su suo comando, ci comunicano questa verità di salvezza (Mt 28, 19-20; Gv 20, 30-31;

1 Gv 1, 1-4) tramandandola nella comunità credente (Mt 28, 16-20; Mc 16, 14-20; Lc 24, 46-53; Gv

20, 19-23). Noi crediamo alla parola di Gesù mediata dalla loro parola (Gv 19,29; Atti 1,8). Su

questo annuncio – non su concetti astratti su Dio o su precetti della legge naturale – viene plasmata

la Chiesa e il suo dovere missionario.

Sulla risurrezione di Gesù nasce la fede cristiana. Gli elementi raccolti finora ci assicurano che

il fatto storico della Risurrezione non può essere stato inventato da abili falsari (2 Pt 1,16), ma si

54

fonda sull’esperienza della convivialità (Lc 24, 41-43; Gv 21, 4-15), e che sono stati inviati perché

il mondo creda e, credendo, si salvi (Gv 20,31). La Risurrezione, in quanto articolo di fede, non può

essere provata, ma può essere certamente provata razionalmente la sua credibilità. All’areopago

Paolo dichiara: “ Dio ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per

mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti (Atti

17,31). In quel “a tutti prova sicura” sta tutta la forza del ragionamento apologetico: è valido

oggettivamente, e perciò è proposto all’intelligenza di ogni uomo, credente o no che sia.

Per la prima volta, quindi, nella storia dell’umanità, un uomo è uscito dalla sua tomba! Questo è

ormai “il Vangelo”, la buona novella dei cristiani, che si diffonderà per tutta la terra fino ai nostri

giorni. Poi migliaia di uomini e di donne hanno testimoniato, a volte fino al martirio, la sua nuova

presenza nella loro vita. Cristo è vivo! Ce ne ha dato dei “segni”. E la sua risurrezione assicura e

annuncia la nostra. La morte dunque è vinta. Nessuno fu testimone dell’avvenimento della

“risurrezione”, di questo misterioso passaggio dalla morte corporale a una vita nuova, dal tempo

all’eternità. Ma numerosi furono i testimoni della “sua nuova presenza”.

Questa risurrezione ci coinvolge pienamente, perché se in Gesù è il “Verbo che si è fatto carne”,

ciò significa che egli ha assunto tutta la nostra condizione umana, compresa la nostra morte.

Non è la pratica di un culto, di una legge che salva l’uomo ma la fede in Gesù, morto e risorto!

Paolo è stato afferrato e chiamato per nome. Ha scoperto che alla sorgente della vita c’è l’amore

gratuito di Dio, che al di là della morte non c’è un abisso di tenebre, ma la luce di un vivente che lo

attira a sé e che lo vuole partecipe della sua stessa vita eterna.

La fede di Paolo è fede nell’amore come potenza di vita. Il suo punto di partenza non sarà mai

un puro ragionamento, ma la speranza vitale e luminosa del Cristo vivente: “Colui che risuscitò da

morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in virtù dello Spirito che abita in voi”

.

La nostra risurrezione è legata alla potenza creatrice del Padre che si è manifestata risuscitando

Cristo: “Come tutti muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo”.

Gesù ha voluto manifestarsi “farsi vedere”, “farsi riconoscere” dai suoi discepoli con segni visibili

ai loro occhi perché potessero abituarsi alla sua nuova presenza. Avendo ricevuto ogni potere, in

cielo e in terra, è capace di “adattarsi” ai limiti del nostro universo creato.

Ma questa nuova presenza è inedita, queste apparizioni consone alla nostra condizione terrena,

significano soprattutto che è l’uomo Gesù, e non il suo spirito, che è risuscitato. Gli apostoli non

intrattengono con Lui una relazione puramente spirituale ma concreta.

Gli Apostoli, testimoni delle sue “apparizioni”, sono capaci di descriverle esattamente. Le

parole umane sono impotenti. Non hanno alcun termine per esprimere un “corpo spirituale”,

trasfigurato dalla potenza dello Spirito! Un corpo che non è più sottomesso ai limiti dello spazio e

del tempo, al cambiamento e alla corruzione. C’è allo stesso tempo continuità, rottura e novità.

Cristo non ha fatto un giro di boa sulla terra per poi diventare di nuovo un puro spirito, ma un corpo

risuscitato. Egli non è venuto a “salvare” degli angeli, ma degli uomini! Perché la sua risurrezione

possa riguardarci veramente, occorre che essa assuma e trasfiguri tutta la nostra condizione umana,

compresa la dimensione corporale.

La vita nuova che Dio rivela in Cristo non sopprime la prima creazione. Il corpo trasfigurato di

Cristo, come qualsiasi altro, continua a portare le tracce del corpo storico, dell’impegno vissuto

sulla nostra terra. Questa “trasfigurazione” è il completamento perfetto dell’uomo creato.

La risurrezione di Cristo assicura il trionfo dell’amore sulla morte. Solo la risurrezione dà senso

all’amore e alla vita. La predicazione degli apostoli, in un primo tempo, fu essenzialmente il grido

di vittoria: “Egli è vivo, e noi ne siamo i testimoni”. E i cristiani testimoniarono con forza la

risurrezione di Cristo, la sua nuova presenza nel cuore dell’uomo e del mondo.

La risurrezione di Cristo fa entrare nell’oggi di Dio, nella sua presenza beatificante, tutta la

storia dell’umanità, ivi compreso il suo passato più lontano. E’ in questa prospettiva che bisogna

comprendere le parole dell’apostolo Pietro: “Andò a portare l’annuncio anche agli spiriti che

attendevano in prigione, essi avevano un tempo rifiutato di credere, quando la magnanimità di Dio

pazientava nei giorni di Noè… Anche i morti sono stati evangelizzati” (I Pt 3, 18-20 e 4,6):

55

l’uomo dovrà “svestirsi”, accettare di lasciarsi spogliare della sua dimensione corruttibile, per

rivestire, accogliere un altro “vestito” incorruttibile che Dio stesso è capace di inventare. Per Paolo

la risurrezione dell’uomo è qualcosa di più di una semplice imitazione di ordine biologico. Ciò che

è nato dalla terra, dalla carne, non può rinascere come “corpo spirituale”. C’è sicuramente una

rottura, una discontinuità che ha bisogno di un nuovo atto creatore da parte di Dio.

Come la risurrezione di Cristo, primogenito di una creazione rinnovata, non è il semplice

prolungamento della prima, così la nostra risurrezione non potrà essere il frutto di una evoluzione

naturale, di una crescita continua e tranquilla. E’ proprio questo che dona alla morte un aspetto di

dolorosa lacerazione.

Ogni giorno noi “passiamo dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli”. Qualunque forma di

bene che si realizza è come una gemma di risurrezione che esprime la vitalità di Cristo risorto attivo

nella nostra storia, in vista della fioritura completa che si avrà alla sua conclusione.

l’eternita’ e’ gia’ cominciata

Dio agisce in noi nella misura in cui accogliamo la sua Parola e ci apriamo al suo Spirito. La vita

eterna è una realtà già in gestazione nella nostra vita terrena: “Chi crede ha la vita eterna”.

La nostra morte e la nostra risurrezione si giocano nella trama del nostro quotidiano. La parte

migliore della nostra vita, sarà resa eterna. Tutti i nostri atti di amore tessono il nostro volto di

eternità. La nostra morte non sarà altro che la manifestazione dello stato della nostra crescita.

E’ il corpo storico di Gesù che è stato trasfigurato, quel “corpo” che si è donato, offerto e che ha

affrontato la morte per amore di Dio e dei fratelli. Solo l’amore storicamente vissuto è energia di

risurrezione.

“Quando Cristo, nostra vita apparirà, anche voi apparirete con lui, rivestiti di gloria”. L’uomo è

il luogo storico di una lotta immane, tra il rifiuto a lasciarsi “compiere” e il desiderio di Dio di

condurlo al suo compimento. Combattimento tra la morte e la vita, tra ciò che la Bibbia chiama il

“peccato” e la “grazia”.

La crescita dell’uomo è un itinerario “pasquale”, un combattimento tra le forze del rifiuto e della

morte che ci assalgono e l’accoglienza della vittoria e della vita di Cristo nella fede. Ogni giorno

l’uomo è chiamato a morire a tutto ciò che non è amore – menzogna, odio, egoismo – per rinascere

a una vita nuova.

Al termine del nostro itinerario terreno, l’ultimo passaggio da una vita legata al mondo fisico a

quella della vita eterna è vissuto come una separazione dolorosa che chiamiamo “morte”.

Secondo la tradizione biblica, la morte dell’uomo non è solo una semplice necessità biologica.

Questa “rottura” angosciante è come il segno e il richiamo della grande rottura spirituale del nostro

rifiuto al dono di Dio: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte”.

Con la sua morte l’uomo è chiamato ad “abbandonare” tutto, per ricevere tutto da Dio. Secondo

questa prospettiva, si può dire che l’uomo, rendendo il suo ultimo respiro, nello stesso istante perde

il soffio di Dio che era unito a lui. Istante di verità che ricorda all’uomo come la sua vita è legata a

un dono di Dio, che egli non possiede da sé stesso. La morte gli toglie ogni illusione, ogni sogno di

idolatria, ogni inclinazione a farsi Dio.

E’ per questo che la speranza nella risurrezione non elimina la seconda morte, che resta un

momento di verità. E’ nella misura in cui accettiamo la nostra morte e la nostra innata fragilità

storica che potremo accogliere la vita nuova, come un puro dono di Dio. Ma siccome il nostro

orizzonte umano è limitato, la morte ci fa paura. Vorremmo conservare, nella vita futura, questo

“corpo” terreno che ci è familiare, però irrimediabilmente segnato dal peccato, esso non è adatto

alla nostra trasformazione ultima nell’aldilà. Siamo costretti a “svestirci” del corpo fisico, dobbiamo

lasciare questa “dimora terrena” per una nuova “abitazione celeste”.

La morte violenta di Cristo ci rivela che c’è uno stretto legame tra la morte e il peccato. La sua

morte è l’apice di un immenso scontro tra le forze del male che operano nel cuore degli uomini e

56

quelle della vita e dell’amore. Cristo ha fatto paradossalmente sgorgare la vita dalla stessa morte,

essendo questa il luogo più evidente della vittoria delle forze distruttrici.

La vita eterna alla quale siamo chiamati non è completamente staccata da quella che viviamo

sulla terra. Animati dallo Spirito, ne possediamo già le primizie, la “caparra”, dice Paolo, che

dobbiamo coltivare.

Cristo sottolinea come la nuova nascita è legata, fin d’ora, alla nostra conversione, alla nostra

disponibilità all’azione dello Spirito creatore. La nostra “risurrezione” è un’avventura che comincia

oggi, dal momento in cui entriamo in comunione con Cristo e accogliamo l’energia dello Spirito che

lo ha risuscitato. L’uomo deve scegliere tra l’accoglienza dello Spirito, cioè di una presenza di Dio

il cui amore liberatore lo realizza, lo apre agli altri e all’universale, e il ripiegamento su sé stesso.

Prima di chiederci se saremo ancora vivi dopo la morte, sarebbe meglio preoccuparci di

diventare, ogni giorno, sempre più dei “viventi” su questa terra.

L’immortalità dell’uomo, all’inizio è una potenzialità, una vocazione che bisogna confermare ogni

giorno. Questo dinamismo di crescita spirituale, nell’ amore e attraverso l’amore, unisce il presente

e l’avvenire. Come si potrebbe opporre il nostro impegno terreno al nostro destino futuro? La

serietà dei nostri compiti temporali all’importanza della vita eterna, dal momento che “partoriamo”

la nostra eternità nella trama delle nostre scelte quotidiane?

Dire che “Gesù è disceso agli inferi” è un modo di esprimere l’universalità della sua vittoria. Il suo

trionfo sulla morte raggiunge anche la moltitudine di coloro che sono vissuti prima della sua venuta

e quanti non scopriranno mai la verità del suo messaggio.

“Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non incorre nel

giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”. Il Signore sa che l’uomo, nella sua condizione attuale,

è votato alla morte e che non può pretendere da sé stesso l’immortalità; aggiunge anche: “Io sono la

risurrezione e la vita”

. Il suo desiderio più ardente è veramente quello che l’uomo viva per sempre

perché possa partecipare alla vita di Dio, che Egli chiama suo Padre.

“Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno”. Egli si identifica con la vita! “Io

sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. “Chi crede ha la vita eterna”.

L’eternità è già cominciata in Colui che lo accoglie. “Chiunque vive e crede in me, non morirà mai.

Credi tu questo?”. Ma la vita eterna non è una fotocopia della vita terrena.

Al tempo di Gesù si accese un vivo dibattito tra Gesù e i sadducei circa la risurrezione dai morti.

Gli interlocutori di Gesù (Luca 20, 27-38) pongono un quesito a partire da una situazione

paradossale: una donna perde sette mariti, tutti fratelli, senza lasciare discendenza, come prescrive

la legge del levirato45: “Questa donna nella risurrezione di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette

l’hanno avuto in moglie?”. La concezione che guida questo ragionamento è che la vita nell’aldilà

dovrebbe rispecchiare la vita sulla terra, esclusi gli aspetti negativi di dolore, debolezza e peccato.

Gesù, nella sua risposta, introduce la distinzione tra “questo mondo” e “l’altro mondo”. Questa

terminologia rimanda alla letteratura apocalittica, dove indica la differenza tra le realtà che gli

uomini vivono sulla terra e quella che si realizzerà quando il Signore interverrà per compiere il suo

disegno di salvezza: il passaggio da un mondo all’altro è causato dal giudizio di Dio, cui allude il v.

35: “Ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo…”. Tale cambiamento incide anche sulla

condizione dell’uomo considerato “simile agli angeli” dal momento che non può più morire: il

paragone con gli angeli, dunque, non è introdotto per dare una spiegazione riguardo la corporeità di

coloro che risorgono, ma per sottolineare la realtà dell’immortalità. Quindi la risurrezione dei morti

non è un ritorno alla vita terrena.

In questo modo, Gesù riesce a contestare il ragionamento dei sadducei, perché la condizione di

immortalità rende inutile la necessità di perpetuare la specie umana, necessaria per la sopravvivenza

dell’umanità. Quindi l’aspetto del matrimonio legato alla procreazione non ha più valore nel mondo

futuro; niente, però, viene detto su altri significati del legame fra uomo e donna.

45 Dall’ebraico levir (cognato). Legge che regolava il matrimoni tra cognati: già praticata dai patriarchi (Gen 38,3) in

una forma strettamente obbligante, mentre con Mosè il cognato poteva rifiutarsi, purché ne facesse dichiarazione

all’autorità (Dt 25, 5-10). Questa legge permetteva di garantire la discendenza e la continuità della famiglia.

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Coloro, quindi, che sono ritenuti degni “dell’altro mondo”, oltre ad essere “simile agli angeli”,

con una vita immortale, saranno anche “figli della risurrezione, figli di Dio”.46 Tale espressione

descrive la vita dopo la morte come comunione con Dio. Quindi nella condizione di risorti non si

può più morire.

A questo punto, possiamo domandarci: “Come comportarsi nel caso in cui si incontrasse la

propria moglie in paradiso?”

. Non è una domanda marginale, ma di grande interesse, come dice don

Bruno Ognibeni

47 nel suo nuovo saggio “Il matrimonio alla luce del Nuovo Testamento”. Lui stesso

si domanda: “Come conciliare matrimonio e aldilà?”. Nella risposta di Gesù ai sadducei (“Quando

risorgono dai morti non prendono né mogli né marito, ma sono come angeli di Dio”) – dice don

Bruno – questo passaggio nell’aldilà vuole farci intendere che il matrimonio è una realtà solo di

questa vita, ma la risposta di Gesù sembrerebbe implicare

solo la cessazione dei rapporti fisici, non

di quelli affettivi.

La conferma arriva dalle interpretazioni dei padri della Chiesa.

Secondo Tertulliano, per esempio, chi è stato sposato conserverà anche nell’aldilà un’intimità

spirituale con il proprio coniuge. E Giovanni Paolo II ribadisce, nelle sue catechesi sull’amore

umano, che i corpi maschili e femminili continueranno a mantenere anche nella risurrezione il loro

significato sponsale, che però “sarà vissuto in modo del tutto nuovo”. Anche nell’omelia tenuta

dallo stesso Papa Wojtyla in occasione della beatificazione dei coniugi Beltrame Quattrocchi,

nell’ottobre 2001, egli spiegò che i due beati continuano ora in cielo quella felice vita coniugale

iniziata qui in terra. Chiedere come, è pretesa eccessiva. Ma l’interrogativo rimane aperto e offre

buone opportunità future per chi spera di non interrompere neppure nell’aldilà il proprio sereno

rapporto matrimoniale.

Nella seconda parte della risposta (vv 37-38), per esprimere un argomento a favore della

risurrezione, Gesù si colloca sullo stesso piano dei suoi avversari richiamando proprio l’autorità di

Mosè riconosciuta anche da loro. Le parole citate da Gesù (“Che poi i morti risorgono, lo ha

indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di

Isacco e Dio di Giacobbe”), rimandano al contesto dell’alleanza (Es 3,6) in cui il Signore è

chiamato Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. E Dio è fedele alle sue promesse

48. Se l’impegno che

Dio ha preso nei confronti dei patriarchi si concretizza in interventi a proteggerli e a liberarli da

ogni oppressione, e quindi anche dalla morte, nemica di Dio, la sua fedeltà non verrà mai meno. Le

fede nella risurrezione dei morti è quindi motivata dalla fedeltà di Dio all’alleanza.

A questo ragionamento, si aggiunge il fatto che Dio può essere associato solo alla vita terrena.

Così, se Mosè identifica ancora Yahwè come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nonostante

essi non vivono più sulla terra, significa che i patriarchi sono ancora vivi nell’altra vita, perché Dio

continua tuttora ad essere il loro Dio (Egli

è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe).

La frase conclusiva del brano citato “tutti (i patriarchi e i giusti) vivono per lui” fa riferimento

alla fede che animava i martiri giudei, essi “erano sicuri che quelli che muoiono per la causa di Dio,

vivranno per Dio, come Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i patriarchi” (4 Maccabei 16,25).

La fede nella risurrezione, quindi, è strettamente legata, alla fede in Dio e alla concezione che

abbiamo di lui. Se non abbiamo, per dono di Dio stesso, la fede nel “Dio dei vivi”, non possiamo

accettare questa realtà, che sfugge ad ogni esperienza sensibile e ad ogni dimostrazione razionale.

Inoltre è assurdo voler scandagliare come sarà la vita nuova, che Dio promette ai giusti risorti,

46

L’espressione “figli della risurrezione” indica, secondo il modo di esprimersi semitico, coloro che partecipano alla

risurrezione, la cui caratteristica principale è di essere

“figli di Dio”. Quest’ultima designazione può essere intesa alla

luce dell’Antico Testamento dove a volte indica gli angeli (Gen 6,2; Gb 1,6), ma nel Nuovo Testamento rimanda alla

realtà di Gesù risorto: i cristiani sono chiamati a essere figli nel Figlio attraverso la partecipazione alla sua risurrezione.

47 Docente di teologia biblica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, nel suo nuovo saggio “Il matrimonio alla

luce del Nuovo Testamento (Lateran University Press, pag. 229).

48 La seconda delle “Diciotto Benedizioni” che gli ebrei recitano ogni giorno dice: “Dio mantiene la sua fedele

promessa a chi dorme nella polvere… Tu sei fedele nel far risorgere i morti”. Secondo l’annuncio degli Apostoli, Gesù

stesso fu il primo a sperimentare su di sé la fedeltà del Signore estesa a chi dorme nella polvere: “Il Dio di Abramo, di

Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, ha glorificato il suo servo Gesù… Dio lo ha risuscitato dai morti e di

questo noi siamo testimoni” (Atti 3, 13-15).

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perché Dio promette la vita nuova ma non rivela il modo, il come sarà. Nella vita dopo la

risurrezione non vi sarà più morte, né nascita, ma sarà comune a tutti la figliolanza divina, che non

segue le stesse leggi di quella umana.

Una dimensione intimistica e individualistica della vita ha spesso ostacolato lo sviluppo di una

teologia attenta alle realtà terrene, preoccupata di fermentare la storia, una teologia poco attenta a

costruire il Regno in questo mondo, poco attenta all’incarnazione.

Si sono dimenticate le parole di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Chi crede in me, ha la vita

eterna”. La vita eterna incomincia qui oggi. Se vogliamo dirlo con un linguaggio tradizionale, la

grazia è l’inizio della gloria.

Certo noi con la grazia viviamo qui la risurrezione, ma nella recita del Credo apostolico noi

professiamo la “risurrezione della carne”. Cosa si intende? Abbiamo visto l’interpretazione

materiale dei sadducei che pensavano che il nostro corpo “dell’altro mondo” sarà della stessa

materia di quello terrestre, di corpo di oggi. Interpretazione grossolana e non evangelica, dato che

saremo “uguali agli angeli”, il termine “carne” allora significa la persona e non la materia. La nostra

identità sarà personale, non materiale. Il corpo indica relazione con gli altri, con il mondo.

Quindi la vita eterna avrà una dimensione sociale non solo individuale, come suggerirebbe una

visione intimistica dell’immortalità dell’anima. Sarà un paradiso in cui non ci lasceremo dietro le

nostre esperienze di vita, le gioie, le sofferenze, gli amori, i volti, le persone care. Un paradiso

concepito come tempo di riposo estraniato dal proprio passato, dagli affetti, dalla vita vissuta non è

molto desiderabile. Il vero compimento dell’uomo è compimento di tutte le dimensioni umane:

personale, sociale, cosmica. Sarà una pienezza di vita.

La risurrezione non è un fatto esterno che si impone a noi, ma è una proposta di vita che inizia

già qui oggi. Siamo chiamati già oggi a fare esperienza di vita eterna, quelle grandi realtà, che sono

veramente segno alto, esperienza bella di vita non possono morire.

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CONCLUSIONE

Queste riflessioni sono state dettate unicamente dalla mia sete di conoscere il mistero di Dio e

dell’uomo e di comunicarlo agli altri, allo scopo di far nascere in tutti la “passione” per il Signore

Gesù, per la vita, spesso banalizzata, svuotata e per qualcuno inutile. Riflettere da dove veniamo,

chi siamo e dove siamo diretti è segno di saggezza.

Spesso ci manca il tempo essenziale, quello che ci fa incontrare con Dio, principio e fine della

nostra esistenza, ci riempiamo la vita di distrazioni, che di fatto ci distolgono da ciò che conta:

l’incontro con l’Assoluto.

Il primato della prassi, dell’azione, del “fare” è una delle sciagure del mondo moderno perché ci

toglie il gusto della contemplazione, dove soltanto si può riconoscere il Risorto. Riappropriamoci

dell’essenziale, diamo nuovamente a Dio il primato nella nostra vita, facciamone il Re indiscusso

del nostro cuore e allora tutto acquisterà un senso: le fatiche che sembrano inutili, il bene sprecato,

le speranze deluse. Tutto acquisterà un volto diverso: perfino le sconfitte saranno vissute come il

prezzo da pagare per ottenere quella somiglianza con colui che per nostro amore si è fatto servo e ha

pagato sulla Croce il riscatto per noi. Solo così la nostra umanità potrà essere unita alla sua.

Il Signore non ci chiede cose straordinarie, ma il nostro straordinario è il quotidiano, il resto è sua

competenza, lui ci chiede soltanto di prestargli la nostra voce, le nostre mani, i nostri piedi, per

annunciare a tutti il suo amore di Padre.

Facciamo in modo che le attività della vita presente non creino in noi troppa ansietà o troppa

presunzione fino ad annullare il nostro impegno di conformarci a Cristo imitando i suoi esempi.

Fuggiamo la mediocrità, perché:

- Se tu ti scoraggi, gli altri desisteranno.

- Se tu ti siedi, gli altri dormiranno.

- Se tu dubiti, gli altri non avranno speranza.

- Se tu critichi, gli altri ti sorpasseranno.

- Se tu dai la mano, gli altri daranno al vita.

- Se tu preghi, allora gli altri saranno santi.

Portiamo ogni giorno la nostra croce con gioia. La croce è sempre un intervento di Dio nella nostra

vita: “Porta con amore la Croce e la croce porterà te” (Imitazione di Cristo).

Sappiamo guardare sempre avanti. Spesso le sofferenze, le malattie, le solitudini ci bloccano, ma

non bisogna cedere. Abbiamo tutti presente la sofferenza di Giovanni Paolo II, anche curvo sotto il

peso della Croce, ha continuato il suo ministero, fino alla fine.

Cresciamo nella sofferenza. L’albero in primavera per il suo profumo e per le sue foglie variopinte,

attira l’ammirazione di tutti, in autunno quando rimangono solo i rami, nessuno ci farà più caso, ma

saranno proprio quei rami secchi che fioriranno e raggiungeranno il cielo.

Lo Spirito Santo che guida la Chiesa e le nostre comunità ci trovi docili all’ascolto e pronti alle

opere. Lasciamoci trasportare dal “soffio leggero” dello Spirito che tutto rinnova e tutto trasforma:

“La mia vita è come una barca a vela, io spiego la vela ma è lo Spirito che mi guida” (S. Teresa).

IL LIBRO DELL’APOCALISSE: presentazione del Vescovo

 

 

Voglio congratularmi con tutti voi della Parrocchia dell’Assunta, dell’Immacolata e del Carmine, per l’impegno assunto nello studio dell’Apocalisse.

Le prime parole dell’Apocalisse, dovremmo stamparle nella mente e nel cuore.

Giovanni si dichiara fratello nostro, compartecipe della tribolazione, però anche della regalità di Dio, nell’attesa della venuta di Gesù.

Giovanni dunque è fratello di tutti, perché tutti fratelli in Cristo, tutti figli di Dio. Per cui ogni comunità cristiana è fondata da Cristo, quindi compartecipe del destino di Cristo stesso e cioè nella tribolazione, nel dolore e nella persecuzione fino alla morte.

Però siamo partecipi anche della regalità di Cristo.

Cristo è venuto per fondare il regno di Dio, chi appartiene a Cristo, appartiene al suo regno.

Il Regno è fondato, il Regno è qui, il Regno è dentro di noi.

Voglio raccomandarvi la massima attenzione nella lettura e nello studio della lettera ai fratelli di Laodicea. E’ un linguaggio rude, che ci farà bene.

Ogni tanto ci vuole uno scossone, così la nostra conversione sarà più ferma e più decisa.

Non c’è nessuna lode in questa lettera, però termina con un grande appello alla vittoria e con la promessa che chi vince siederà con l’Agnello sul suo trono.

Spalanchiamo le porte del nostro cuore a Cristo: Egli ci dice che “ceneremo insieme, io con lui ed egli con me”.

X Martino Scarafile

Vescovo di Castellaneta

 

 

La Chiesa depositaria delle verità rivelate riconosce il libro dell’Apocalisse, ispirato da Dio. Quindi, l’Apocalisse come tutti i Libri della S. Scrittura, non solo insegnano con certezza, fedelmente e senza errore, le verità che Dio ha rivelato per la nostra salvezza, ma anche, come spiega S. Paolo “sono utili per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona” (2 Tim. 3, 16-17).

Nell’interpretazione del nostro Testo, ci guiderà il pensiero e la riflessione teologica della Chiesa.

La Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo (N. 39), ci dà le direttive  per un’esatta interpretazione del testo apocalittico.

“Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato nella debolezza e nella corruzione rivestirà l’incorruzione: e restando la carità con i suoi frutti, saranno liberate dalla schiavitù del male tutte quelle creature, che Dio ha fatto appunto per l’uomo.

   Certo, siamo avvertiti che non giova nulla all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione di quello che sarà il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio.

E, infatti, i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Qui sulla terra il regno è già presente in mistero, ma con la venuta del Signore giungerà a perfezione”.

 

Premessa

Dopo questa chiara esposizione del Concilio Vat. II, diamo ora uno sguardo all’intero libro dell’Apocalisse che ha sempre destato impressione e timore nel lettore, soprattutto per il contenuto, oscuro e indecifrabile. Ci si trova di fronte ad immagini ardite e complicate; assistiamo agli sconvolgimenti cosmici più strani: esseri angelici e demoniaci, nelle forme più svariate e conturbanti, che si contendono il campo in una battaglia senza tregua. S’intravede, inoltre, un simbolismo, che non si riesce facilmente ad afferrare. A tutto ciò si aggiunge anche un fattore emotivo: l’approssimarsi dell’anno duemila, carico d’apprensione e preoccupazione per un’annunziata “fine del mondo” da parte di Sette o Movimenti religiosi.

Una lettura attenta e serena del testo, può essere utile per liberarci da timori e paure d’imminenti catastrofi che annuncerebbero la fine del nostro mondo.

Partendo da queste considerazioni, ho voluto approfondire per me e per le comunità parrocchiali quest’ultimo libro della Bibbia.

Prima del commento esegetico e spirituale all’intero testo, mi soffermerò brevemente sul genere letterario, sul titolo, sull’autore stesso, poi sul luogo di composizione, sull’anno di stesura del libro e, infine, su tutto lo schema del libro.

 

 

1)        Il genere letterario.

Cos’è un genere letterario? Non c’è famiglia che non conservi gelosamente una sua documentazione privata: certificati di nascita, di battesimo e di matrimonio, pagelle scolastiche e fotocopie di diplomi, atti di compravendita di terreni o di case, fotografie di feste o di gite, corrispondenza privata e talvolta persino le “poesie” della figlia adolescente o i ricordi di un viaggio. Tutti documenti che non hanno alcun valore commerciale, ma che la famiglia conserva per il loro legame affettivo e simbolico, in quanto testimoniano le origini, la storia, i momenti belli o luttuosi.

La stessa cosa è capitato per la “famiglia” del popolo d’Israele: l’Antico Testamento è come l’archivio che raccoglie ogni specie di documenti provenienti da varie generazioni successive. La stessa cosa continuò nel N.T.: si conservano le memorie degli apostoli e dei discepoli (Vangeli), le loro lettere (S. Paolo), la cronaca dei primi tempi della comunità cristiana (Atti), la visione poetica e profetica di un Apostolo in esilio o in prigione (Apocalisse). Tutti questi documenti, così diversi tra loro per origine e contenuto, noi chiamiamo “generi letterari”; e leggendo la Bibbia se ne incontrano tanti. Riconoscerli e tenerne conto nella lettura è d’obbligo, per non fraintendere il senso del testo o per non tradire l’intenzione dell’autore. Sarebbe un errore leggere, ad esempio, un brano epico o un mito sapienziale come fosse una cronaca storica; o prendere una profezia per un’informazione notarile o una poesia per una trattazione teologica. Sarebbe come confondere un atto di battesimo o di matrimonio che si conserva nell’archivio familiare, con una poesia della figlia adolescente.

Tra i vari “generi letterari” ne esamineremo tre che sono presenti nel nostro testo.

a) Il genere letterario apocalittico”.

Il linguaggio che l’autore adopera, sembra fuori del comune per noi lettori, abituati a brani evangelici di facile comprensione, almeno apparentemente.  Questa forma narrativa, che l’autore adopera nasce da una sua deliberata scelta che va sotto il titolo di “genere letterario apocalittico”, che è un modo particolare di esprimersi, fatto di immagini grandiose e talvolta irreali, di simbolismi, di messaggi cifrati.

La gente capiva il messaggio cifrato dell’Apocalisse? Se l’autore ha scritto per farsi capire, occorre allora trovare il codice di lettura. Noi partiamo dall’idea che uno scrittore scrive per farsi capire e che abbia la certezza di essere capito dai suoi lettori, tanto più che nel libro stesso ogni tanto egli dà l’interpretazione di alcuni simboli. Vuol dire che per gli altri simboli non c’erano problemi. Egli riteneva che fossero comprensibili per i suoi lettori.

Chi erano i lettori, meglio gli “ascoltatori” del Libro, dal momento che l’autore afferma che il Testo doveva essere letto nell’assemblea (liturgica)? Non era gente colta, ma pescatori, tessitori, commercianti…Quindi non avevano bisogno di una grande cultura per capire il libro ma di una conoscenza completa dell’A.T.

Il significato etimologico del termine “apocalisse” è “rivelazione”, (dal verbo greco “apokaljpto”= “svelare”, deriva il sostantivo “apokàljpsis”= “rivelazione, manifestazione”). Questa espressione però, è diventata oggi abusivamente sinonimo di disastro, di catastrofe, di fine del mondo. L’Apocalisse della letteratura ebraica (Daniele nell’A.T.) e quella del N.T. contengono, certamente, descrizioni di fenomeni terrificanti, ma la loro intenzione è tutt’altro che intimidatoria o spettacolare. In una parola, esse “rivelano” una sola verità: la disgrazia, il dolore, la disperazione non avranno il sopravvento che per un tempo limitato, perché all’interno stesso delle presenti rovine, Dio sta preparando certamente “cieli nuovi e terra nuova”. Non si dimentichi che la letteratura apocalittica, che sarebbe nata nel tardo giudaismo (cioè alla fine dell’A.T.) ha avuto grande sviluppo in periodi di crisi religiosa e politica della storia d’Israele. Quando tutto sembrava perduto, gli apocalittici incoraggiavano il popolo oppresso ed alimentavano la speranza di una futura rivincita. In tal modo essi volevano aiutare i loro contemporanei a saper leggere, anche nelle situazioni storiche più disastrose, l’intervento di Dio, che non abbandona mai quelli che credono nel suo nome. In questo senso è tipico il libro di Daniele, spesso richiamato nell’Apocalisse, che con riferimenti alla storia passata (ad esempio l’imperatore Nabucodonosor, nel 600 a.C.), descrive la situazione a lui contemporanea, alludendo alla persecuzione di Domiziano (80-100 d.C.). Quando Giovanni scrive, la chiesa, il nuovo popolo eletto, è appena stata decimata da una persecuzione sanguinosa, scatenata da Roma e dall’impero romano (la bestia) ma per istigazione di satana, l’avversario per eccellenza di Cristo e del suo popolo.

L’Apocalisse, quindi, è un libro scritto per un tempo di crisi e destinato a una comunità terribilmente messa alla prova, che ha bisogno quindi di conforto. E’ un messaggio di speranza che riassume tutti gli obblighi del cristiano, in tempo di persecuzione, nel dovere di una fedeltà incrollabile alla causa di Cristo e della Chiesa.

Per completare il nostro discorso sul “genere apocalittico” c’è da fare un’altra osservazione: spesso questo stile letterario accentua il tema della “fine dei tempi” (non della “fine del mondo”). Di che si tratta? Per i profeti ebrei è il momento in cui verrà sulla terra il Messia atteso e darà inizio al regno messianico, con la differenza che per Giovanni questo regno è già venuto; egli è un discepolo di Cristo e quindi può affermare con certezza  che il regno messianico si è inaugurato con Gesù, e quindi, la sua Apocalisse è la risposta all’apocalisse  di Daniele: ciò che Daniele ha annunciato, si è realizzato nella persona e soprattutto nella morte e resurrezione di Gesù.

Il genere apocalittico si rivela, inoltre, come l’erede del profetismo in quanto esso mira a sviluppare, con maggiore precisione, l’uso dei simboli. La maggior parte dei simboli dell’Ap. sono presi dalla tradizione profetica continuata dall’apocalittica, per es.: una donna simboleggia un popolo (12,1ss.) o una città (17, 1ss.), le corna sono simbolo di potere (5,6; 12,3), in particolare di potere dinastico (13,1; 17,3 ss.), gli occhi, di conoscenza (1,14; 2,18; 4,6; 5,6) e le ali, di mobilità (4,8; 12,14). Nelle trombe si ode una voce sovrumana, divina (1,10; 8,2 ss.); un’acuta spada designa la parola di Dio, che giudica e punisce (1,16; 2,12.16; 19,15.21). Le bianche vesti significano il mondo della gloria (6,11; 7,9.13 ss.; 22,14); le palme sono segno di trionfo (7,9); le corone di dominio e regalità (2,10; 3,11; 4,10; 6,2; 12,1; 14,14); il mare è un elemento maligno, fonte d’insicurezza e di morte (13,1;21,1). Il colore bianco indica la gioia della vittoria (1,14; 2,17; 3,4; 4,4; 6,11; 7,9.13; 19,11.14); lo scarlatto, la lussuria e la regalità (17,4; 18,12.16); il nero, la morte (6,5.12).

Anche i numeri acquistano una notevole importanza: sette (54 volte) significa pienezza, perfezione; dodici (23 volte) si richiama alle dodici tribù d’Israele e indica che il popolo di Dio ha raggiunto la sua perfezione escatologica; quattro (16 volte) simboleggia l’universalità del mondo visibile (4 infatti sono i punti cardinali); degni di nota sono anche altri numeri: tre (11 volte), riguarda il regno dello spirito e può essere la Trinità; dieci (10 volte) mille (6 volte nel capitolo 20) e i suoi multipli sono numeri indeterminati.

Tre casi suscitano un particolare interesse: la durata della persecuzione è fissata in 1260 giorni (11,3;12,6) o in 42 mesi (11,2;13,5), oppure in tre anni e mezzo (12,14); i 144.000 “seguono l’Agnello dovunque va” (7,4-8; 14,1-5); infine, si fa riferimento alla Bestia mediante il numero 666.

Le apocalissi ebbero un grande successo in certi ambienti giudaici, compresi gli Esseni di Qumran, nei due secoli precedenti la venuta di Cristo. Preparato già dalle visioni di profeti come Ezechiele o Zaccaria, il genere apocalittico si sviluppò nell’opera di Daniele e in molte opere apocrife scritte intorno all’era cristiana.

b) Genere letterario “profetico”.

Per profezia non intendiamo specificatamente o anche principalmente la predizione del futuro – concezione piuttosto recente – ma piuttosto la mediazione e l’interpretazione della volontà di Dio. E’ in questo senso che “prophetes” (lett. “uno che parla per un altro” o “interprete”) era usato a cominciare da circa il V sec. a.C., per designare coloro che interpretavano la volontà divina, resa nota in vari modi a loro stessi o ad altri.

I mezzi di comunicazione profetica, erano in generale gli stessi che sono presupposti nella profezia dell’A.T.: sogni, visioni, esperienze estatiche o mistiche.

Anche oggi Dio parla al suo popolo, come nel passato ha parlato per mezzo di strumenti come Francesco d’Assisi, Caterina da Siena ed altri, spesso attraverso esperienze simili a quelle dei profeti della Bibbia.

Poiché la profezia è un carisma che per se stesso nulla dice circa l’ortodossia o il carattere morale del profeta, non c’è motivo per limitare lo spirito profetico di Dio esclusivamente ai canali normativi della Storia della salvezza. Gli oracoli di Balaam in Num. 22-24 erano ritenuti vere profezie di Jawéh, anche se la tradizione biblica ha posto Balaam tra i nemici di Dio e del suo popolo (Num. 31,8.16; 2 Pt. 2,15; Ap. 2,14). Secondo la spiegazione di S. Tommaso, siccome la profezia non è un habitus ma una mozione transeunte, la stessa persona può profetare sia il vero sia il falso, a seconda che sia stata toccata o no dallo Spirito di Dio.

Veri e falsi profeti abbondano non solo nell’antichità, dell’A.T. e del N.T., dentro e fuori il popolo di Dio, ma anche in tempi più recenti.

Nell’A.T. i falsi profeti erano di solito, profeti di corte, il cui interesse era di dire al re e ai suoi ufficiali quello che desideravano sentire; ed erano perciò anche quelli che ricavavano benefici pecuniari da profezie favorevoli che assicuravano i loro clienti delle benedizioni divine, e che non provocavano crisi di coscienza.

Questo genere di profetismo, il popolo d’Israele l’ha ereditato dall’antico vicino Oriente.

Al tempo dei profeti la distinzione tra vera e falsa profezia non era sempre chiara. Il possesso di uno “spirito” profetico estatico non era un criterio sicuro: i profeti potevano essere toccati dallo spirito e anche profetare il falso, inoltre la maggior parte dei profeti non danno segni certi di essere stati estatici.

Il compimento della profezia, anche nel caso che fosse stato sempre evidente per i contemporanei del profeta, non era un segno infallibile come mostra Dt. 13,2ss., anzi, la vera profezia spesse volte restava apparentemente inadempiuta scoraggiando anche lo stesso profeta (Ger. 20,7ss.).

Quando il profeta Anania profetò quello che era il suo profondo desiderio, predicendo la fine dell’esilio babilonese dopo due anni e il ritorno al trono di Ieconia (Ger. 28,1 ss.), Geremia per contraddirlo poteva offrire solo la convinzione che la propria opposta profezia era vera: “Amen! Così faccia Jahvéh! Adempia il Signore quello che tu hai profetizzato…”. Geremia avrebbe preferito moltissimo profetare come Anania; però sapeva di non poterlo fare, poiché non era questa la parola di Jahvéh. Geremia non dice soltanto che un profeta di sventura deve essere creduto, mentre si deve respingere un profeta che predice la pace. Egli prende posizione basandosi sulla tradizione profetica che è così sintetizzata: chiunque conosce veramente Dio riconoscerà anche il suo vero profeta distinguendolo dal falso, perché la profezia deve essere conforme alla natura di Dio come Egli l’ha rivelata.

Anche Gesù, secondo Gv. 5,37ss., difese il suo caso in modo simile davanti alla sua generazione.

I profeti classici del pre-esilio, da noi conosciuti sono i cosiddetti profeti letterati dei secoli VIII, VII e VI a.C. In ordine approssimativamente cronologico essi sono: Amos, Osea, Isaia, Michea, Naum, Sofonia, Abacuc; Geremia ed Ezechiele.

Poi ci sono i grandi profeti dell’esilio babilonese (600 a.C.): Geremia, Ezechiele e il Deutero-Isaia.

Infine, i profeti del post-esilio: il Trito-Isaia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Abdia e Gioele.

La sparizione della profezia in Israele avvenne nel silenzio come il suo inizio, sarebbe impossibile determinare chi fu l’ultimo profeta dell’A.T. Negli ultimi 200 anni prima di Cristo gli scrittori sapienziali continuarono coscientemente la tradizione ereditata dalla profezia (Sir. 24,31; Sap. 7,27), senza però pretendere di possedere uno spirito profetico.

Non è facile definire esattamente la frontiera che separa il genere letterario apocalittico da quello profetico, di cui esso (quello apocalittico) è per alcuni aspetti un prolungamento. Ma, mentre gli antichi profeti ascoltavano le rivelazioni divine e le trasmettevano oralmente, l’autore di un’apocalisse invece riceve le rivelazioni in forma di visioni, che riferisce in un libro. D’altra parte, queste visioni non hanno valore in sé, ma per il simbolismo di cui sono cariche.

c) Il genere episolare. Questa terza forma letteraria ha lasciato un’impronta superficiale nell’Apocalisse. Il libro è redatto sullo schema delle solite formule epistolari cristiane (le Epistole nel N.T.). Inoltre il messaggio comunicato a ciascuna delle sette chiese (Ap. 2, 1-3,22) assume la forma di una lettera.

 

2) L’autore

L’Autore si firma col nome di Giovanni all’inizio e alla fine del libro. Nell’antichità, a cominciare da S. Giustino verso il 150, si è identificato l’Autore dell’Apocalisse con l’Apostolo Giovanni (autore del IV Vangelo). Ben presto però nacquero dei dubbi sulla paternità giovannea dell’Apocalisse. La difficoltà dell’identificazione veniva dalla lingua, molto diversa tra il Vangelo e l’Apocalisse.

Addirittura alcuni Padri (Giovanni Crisostomo, Gregorio Nazianzeno) consideravano l’Apocalisse non canonica, cioè apocrifa.

Anche all’inizio della Riforma (1537) si è dubitato della sua canonicità: dal XVII secolo, però, nelle edizioni protestanti è stata reintrodotta fra i libri del N.T. Per i cattolici la questione della canonicità è stata risolta definitivamente dal Concilio di Trento (8 Aprile 1545).

Se a proposito della “canonicità”, oggi non ci sono più dubbi, sulla sua “autenticità” i dubbi sono aumentati. Pur non negando notevoli rassomiglianze sia linguistiche che dottrinali con il quarto Vangelo (si pensi, ad esempio, all’immagine di Cristo come Agnello, come Verbo di Dio), è altrettanto vero che il genere letterario apocalittico è qualcosa di completamente diverso dal genere letterario evangelico, anche la lingua è piuttosto rozza e approssimativa, insofferente delle regole grammaticali e sintattiche; lo stile non è fluido, ma contorto e ripetitivo.

Oggi l’opinione prevalente fra gli studiosi, è che l’autore del nostro libro, sia da ricercare fra i discepoli di Giovanni l’Apostolo (si parla di una scuola catechistica “giovannea” sorta ad Efeso). Costoro avevano assimilato il suo pensiero e avrebbero portato a termine la redazione finale di tutti gli scritti giovannei.

 

3) Luogo di composizione.

Giovanni – come gli altri scrittori apocalittici – si presenta come appartenente ad un gruppo perseguitato per la propria fede (1,9). Nel nostro caso si tratterebbe, forse, di un esilio forzato imposto all’Autore dell’Apocalisse da parte delle autorità politiche del tempo. Da quest’isola egli si assume il compito di fortificare i suoi fratelli svelando loro il significato dell’oppressione di cui sono vittime e il traguardo glorioso della loro sofferenza. Apparentemente lo scontro è tra l’impero romano e la Chiesa cristiana, ma in realtà satana e Dio sono alla guida di questi due schieramenti; pertanto non ci possono essere dubbi sull’esito della battaglia. Con la vittoria finale che Cristo avrà su satana e i suoi seguaci, sarà inaugurato un mondo completamente nuovo creato da Dio, che va sotto il nome di “Gerusalemme celeste”. Tutti i cristiani fedeli saranno cittadini di questa nuova Gerusalemme. Tale modo di concepire l’evolversi della storia, visto come scontro tra due potenze opposte, è tipico della teologia apocalittica.

L’Apocalisse è stata scritta certamente in Asia Minore (le città ricordate sono tutte dell’Asia Minore), probabilmente ad Efeso (secondo la tradizione). L’autore, quando ha la visione che dà origine al libro, dice di trovarsi nell’isola di Patmos, di fronte ad Efeso, a causa della Parola di Dio (prigionia o apostolato?).

 

4) Stesura del Libro.

Nell’antichità furono proposte due date:

a)        sotto Domiziano (81-96 d.C.)

b)        sotto Nerone (37-68 d.C.).

L’antichità ha scelto questi due imperatori, perché sono gli unici che nel I sec. hanno perseguitato i cristiani. In realtà, accenni palesi ad uno stato di persecuzione si hanno in tutta l’Apocalisse: nella lettera alla Chiesa di Pergamo si ricorda un certo Antipa, “fedele testimone”, messo a morte in quella città (2,13). Dopo l’apertura del quinto sigillo, l’autore vede “sotto l’altare, le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio” e reclamano giustizia da parte di lui (6, 9-11; 7, 13-17). Poi, attraverso il simbolo della “bestia” che viene dal mare con “dieci corna e sette teste” (13,1), e di Babilonia, la grande prostituta, “ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù” (17,6), si allude quasi certamente a Roma e ai suoi imperatori che pretendevano onori divini, obbligando i cristiani a “prostituirsi” alle false divinità. Oltre a queste situazioni di persecuzione che la minacciava dall’esterno, le Chiese dell’Asia Minore erano minacciate anche dall’interno: le comunità, infatti, avevano perduto il primitivo entusiasmo, si erano rassegnate ad una mediocrità e ad un lassismo morale davvero preoccupanti.

In conclusione, partendo dal presupposto che l’Apocalisse sia stata scritta nel I secolo d.C., in tempo di persecuzione, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i due imperatori sopra citati. Il Libro già conosciuto e citato nella metà del II sec. d.C. da Giustino, pare abbia avuto la sua redazione finale verso la fine del regno di Domiziano (90-96 d.C.).

 

5) Schema del libro.

Introduzione (1, 1-8)

 

PROLOGO: il Figlio dell’uomo (1, 19-20)

 

SETTENARIO DELLE LETTERE (cap. 2-3)

1)          Efeso (2, 1-7)                               

2)          Smirne (2, 8-11)

3)          Pergamo (2, 12-17)

4)          Tiatira (2, 18-29)

5)          Sardi (3, 1-6)

6)          Filadelfia (3, 7-13)

7)          Laodicea (3, 14-22)

 

 SETTENARIO DEI SIGILLI (4,1 – 8,1)

- Prologo                                        – il trono (4, 1-11)

                                                      – l’agnello e il libro sigillato (5, 1-14)

1° Sigillo (6, 1-2)                            – cavallo bianco (spada – corona)

2° Sigillo (6, 3-4)                – cavallo rosso (la guerra)

3° Sigillo (6, 5-6)                – cavallo nero (bilancia – fame)

4° Sigillo (6, 7-8)                            – cavallo verde (morte)

5° Sigillo (6,9-11)               – gli immolati sotto l’altare

6° Sigillo (6, 12-17)                        – terremoto

                                                      – segnatura dei 144.000 (7, 1-6)

                                                      – la folla immensa (7, 7-17)

7° Sigillo (8,1)                                 – silenzio nel cielo per mezzora

 

 

SETTENARIO DELLE TROMBE (8, 2-11,19)

- Prologo                                                   – angelo con incensiere (8, 2-6)

I   Tromba (8,7)                                         – fuoco e grandine

II  Tromba (8, 8-9)                         – montagna di fuoco

III Tromba (8, 10-11)                    – la stella “assenzio”

IV Tromba (8, 12-13)                                – oscurità degli astri

V   Tromba (9, 1-12)                                 – le cavallette

VI Tromba (9, 13-21)                                – i flagelli

VII Tromba (11,15-19)                  – prostrazione degli anziani (11, 15-18)

                                                                  – apertura del santuario (11,19)

 

SETTENARIO DELLE COPPE (12, 1-22)

a) Prologo

-  segno nel cielo:                 la donna (12, 1-2)

-  segno nel cielo:                il dragone (12, 3-4)

-                parto della donna e fuga nel deserto (12, 5-6)

-                caduta degli angeli (12, 7-12)

-                lotta dragone-donna – rifugio nel deserto (12, 13-17)

-                dragone sulla spiaggia del mare (12,18)                      

-        bestia dal mare (13, 1-10)

-        bestia dalla terra (13, 11-18)

-                l’agnello e i 144.000 sul Sion (14, 1-5)

-                7 angeli (14, 6-20)

1)            annuncia il giudizio di Dio (14, 6-7)

2)            annuncia la caduta di Babilonia (14,8)

3)            annuncia la condanna degli adoratori della bestia (14, 9-13)

4)            il figlio dell’Uomo su una nube bianca (14,14)

5)            la falce e la mietitura (14, 15-16)

6)            la falce dell’angelo nel tempio (14,17)

7)            pigiatura del tino

-  segno nel cielo: 7 angeli con 7 coppe e con 7 flagelli (15, 1-16)

1) flagello (sulla terra)                                             – seguaci della bestia (16,2)

2) flagello (sul mare)                                   – morte dei suoi abitanti (16,3)

3) flagello (sulle acque)                               – bevanda di sangue (16, 4-7)

4) flagello (sul sole)                                     – uomini arsi dal fuoco (16, 8-9)

5) flagello (sul trono della bestia)                 – oscuramento del trono (16, 10-11)

6) flagello (sull’Eufrate)                               – l’Armaghedòn (16, 12-16)

7) flagello (sull’aria)                                    – terremoto (16, 17,21)

b) Epilogo: i 7 angeli e i 7 castighi

1)             la grande prostituta e la bestia (17, 1-18)

2)             la caduta di Babilonia (18, 1-20)

3)             la moltitudine adorante (18, 21-19,10)

4)             il cavaliere sul cavallo bianco (19, 11-16)

5)             la condanna della bestia e del falso profeta (19, 17-21)

6)             - la condanna del dragone (20, 1-10)

  – il trono bianco e il giudizio (20, 11-15)

  – la Gerusalemme celeste (21, 1-22,5)

7)    la sposa dell’Agnello (21, 9-22,5)

 

 

CONCLUSIONE DEL LIBRO (22, 16-21)

(Ap. 1, 1-3)

1.      Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni.

2.      Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto.

3.      Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

 

Commento esegetico.

 

Apocalisse  (rivelazione)  di Gesù Cristo”.

Ispirato alla tradizione profetica, questo titolo annuncia la manifestazione del mistero della storia, la fine dell’era presente e l’inaugurazione del Regno di Dio. Gesù Cristo è il mediatore di questa rivelazione.

L’inizio del libro (1, 1-3) e la conclusione (22, 6-10) vanno letti insieme. Si richiamano e costituiscono una cornice che inquadra l’intero discorso. Ci vengono fornite le prime indispensabili notizie: l’origine del messaggio, il suo contenuto, i destinatari, lo spirito con cui ascoltarlo.

Il messaggio viene da Dio, non dall’uomo: qui sta la sua autorevolezza. La rivelazione, di cui il libro è portatore, ha infatti il suo punto di partenza nel Padre (“Dio gli diede”) ed ha come successivi mediatori Gesù Cristo, gli angeli (lo stile apocalittico, per dare risalto alla trascendenza di Dio, introduce gli angeli, il cui ruolo è quello di comunicare le rivelazioni di Dio ed eseguirne i decreti) e Giovanni, e raggiunge il suo termine nell’assemblea liturgica, allorché lo “scritto” viene letto ad alta voce da un lettore e ascoltato con fede dall’intera assemblea. L’ambiente liturgico è presente in tutta l’Apocalisse, ma è già accennato nell’intestazione: “Beato colui che leggerà e quelli che ascolteranno”: c’è dunque chi legge (il lettore) e quelli che ascoltano (l’assemblea).

Il contenuto del messaggio è questo: l’Apocalisse è un libro scritto in tempo di crisi, è destinato ad una comunità terribilmente messa alla prova, che ha bisogno quindi di conforto. E’ un messaggio di speranza che riassume tutti i doveri del cristiano, in tempo di persecuzione, nell’impegno di una fedeltà incrollabile alla causa di Cristo e della Chiesa. Il tutto è indicato nell’espressione “le cose che devono accadere presto”, (cioè l’evolversi della storia così come fu prestabilito da Dio) presente sia nell’intestazione (1, 1) che nella conclusione (22, 6). L’espressione proviene dal libro di Daniele (2, 23 ss), in un capitolo in cui si parla di Daniele che spiega il sogno del re Nabucodonosor. Nessuno sa spiegare il sogno del re: solo il profeta illuminato da Dio è in grado di farlo. Allo stesso modo le cose che Giovanni sta manifestando non sono raggiungibili dalla sapienza degli uomini, dalla loro scienza e dalle loro analisi: solo Dio le può rivelare e solo la fede le può conoscere. Ma di che si tratta? Del piano salvifico di Dio, che si è manifestato in Gesù Cristo e che si sta costruendo nella storia.

Che cosa di “nuovo” e di “urgente” Dio ha rivelato a Gesù?

Qui non si tratta di nuove rivelazioni, perché quel genitivo (Iesou) non è da intendere in senso soggettivo (“Dio rivela delle cose in Gesù”), ma oggettivo (“Dio rivela Gesù”). Quindi, non è una rivelazione di cose, ma rivelazione di/su Gesù stesso, che è il mediatore primario di questa rivelazione. Pertanto nell’espressione: “Le cose che devono accadere presto” non è indicato il “tempo” in cui le cose devono accadere, ma il “modo” in cui queste cose capitano, cioè la certezza del compimento, senza condizione né dilazione, del piano di Dio concernente la storia.

 

In sintesi: Dio ha rivelato in Gesù il suo piano di salvezza per tutti gli uomini. Cristo stesso lo realizzerà nell’evolversi della storia (“quelle cose che dovranno accadere”) e porterà a termine questo progetto d’amore, nella sua interezza, senza alcun ritardo (cioè “presto”), e nei tempi che Dio ha stabilito.

 

Commento spirituale.

 

Il Prologo dell’Apocalisse, con una solenne introduzione, ci presenta il Cristo, come il rivelatore dell’amore del Padre.

Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità (Is. 66,13; Sal. 131,2), che indica ancor meglio l’intimità tra Dio e la sua creatura.

Il nome “Padre”, attribuito a Dio già nell’A.T. (Gb. 40, 4-5; 42,3), assume un significato ben più profondo, per il fatto che Dio si rivela nel Figlio unigenito e comunica agli uomini lo Spirito del suo Figlio. Con questo nuovo significato diventa il nome definitivo. “Il nome che conviene propriamente a Dio è quello di “Padre” piuttosto che di “Dio”… dire “Dio” significa indicare il dominatore di tutte le cose; dire “Padre” significa invece raggiungere una proprietà intima… “Padre” è dunque in certo modo il nome più vero di Dio, il suo nome proprio per eccellenza. Nessuno è Padre quanto Dio.

Nel suo amore sempre fedele, nella sua misericordia senza limiti “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv. 3,16). Lo ha mandato, uomo tra gli uomini; gli ha comunicato il suo amore misericordioso per i peccatori, lo ha consegnato nelle loro mani, donandolo incondizionatamente, nonostante il rifiuto ostinato e omicida.

Dio nostro Padre, non soffoca la libertà, non preserva dalla fatica e dalla sofferenza, non favorisce la passività. E’ premuroso e onnipotente, ma non invadente, è vicino anche nell’apparente assenza, non impedisce il male, ma ne trae il bene, rispettando la libertà delle creature.

L’iniziativa di venire incontro all’uomo è sempre Sua : “E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2 Cor. 5,19). E’ lui che ama per primo; è lui che infonde nel Cristo la carità e suscita la sua mediazione redentrice, da cui derivano a noi tutti i benefici della salvezza.

Gesù, pur nella continuità con l’Antico Testamento, ci dà un’immagine di Dio assolutamente nuova. Egli solo conosce il Padre nella sua identità più vera, egli solo lo può rivelare. Lo scopo supremo della sua missione è far conoscere agli uomini il suo nome, glorificarlo (1 Cor. 12, 4-6).

Attraverso di lui il Padre si manifesta come amore senza limiti. Ama non solo i giusti, i sofferenti e gli oppressi, ma anche i peccatori, gli oppressori e i bestemmiatori, perfino i crocifissori del suo Figlio. Li ama così come sono. Prende su di sé il peso dei loro peccati. Dà quanto ha di più caro, per salvarli: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”(Rom. 5,8).

Chi accoglie Gesù partecipa alla sua stessa vita filiale e riceve in sé lo Spirito che gli fa gridare: “Abbà, Padre” (Rom. 8,15). Allora conosce Dio in modo nuovo.

“Dio è amore” (1 Gv. 4,8). Il principio originario di tutta la realtà è Amore e comunicazione infinita.

E’ questo Amore che Dio rivela in Gesù, e che Gesù comunica a Giovanni, nel prologo dell’Apocalisse.

IL LIBRO DELL’APOCALISSE: indirizzo…

(Ap. 1, 4-8)

4.      Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al tuo trono,

5.      e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue,

6.      che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

7.      Ecco viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Si, Amen.

8.      Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.

                                      

Commento esegetico.

 

“Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia”.

L’Apocalisse è una lettera e come tale inizia con il mittente, i destinatari e il saluto. Il mittente è indicato dal semplice nome: “Giovanni”. I destinatari della lettera sono le sette chiese dell’Asia, nominate più avanti (1, 11). Oltre a queste sette chiese esistevano a quel tempo altre Chiese, nella provincia proconsolare dell’Asia: tra esse Colossi, Troade, Gerapoli, Magnesia. Attraverso le sette Chiese, Giovanni voleva rivolgersi a tutte le Chiese dell’Asia e forse alla Chiesa universale. Difatti il numero “sette”, caro a tutta la letteratura apocalittica simboleggia la “pienezza”, e la Chiesa universale è la pienezza delle altre Chiese.

“Grazia e pace”: questi due termini – il primo più greco e il secondo più ebraico – evocano il complesso dei beni messianici e sottolineano esplicitamente che questi beni sono dono dell’amore gratuito di Dio.

“Colui che è, che era e che viene”.

Questa descrizione di Dio risale ad Esodo 3,14 e ricorda il nome divino comunicato a Mosè. Familiare ai giudei e ai greci, esso mira ad esprimere l’eternità di Dio per mezzo della categoria umana del tempo: Jahwè è il Signore di tutta la storia (del passato, del presente e del futuro). E il messaggio che Giovanni vuole esprimere con questo nome divino è semplice e grandioso: tutta la storia è nelle mani di Dio.

“Sette spiriti che stanno davanti al trono”.

Secondo la simbologia del numero “sette”, indica la pienezza dello Spirito Santo, comunicata da Cristo alle sette Chiese, o, più probabilmente, angeli che, sostenuti dalla divina potenza, agiscono nel nome di Dio (teologia giovannea).

“Davanti al trono” è un ebraismo e significa che essi sono i servi di Dio. Secondo la concezione giudaica, questi “angeli” o “arcangeli” stanno davanti al trono di Dio.

“Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”.

Questi tre titoli attribuiti a Gesù, prendono in considerazione i momenti principali della sua vita: la passione (“Il testimone fedele”, Gesù manifestò la sua testimonianza di fedeltà al Padre, non solo durante tutta la sua vita, ma soprattutto con il sacrificio della sua vita); la resurrezione (Gesù è il “primogenito dei morti” e garantisce che l’era della risurrezione dei morti è inaugurata e ricapitolata nella sua persona); la glorificazione (“Principe dei re della terra”. La glorificazione, conseguenza della sua resurrezione, gli conferisce ogni potere su tutta la creazione. Il suo dominio sui re che minacciano la Chiesa dovrebbe consolidare la fiducia dei cristiani).

“A Colui che ci ama…”.

Questa dossologia (dal greco doxologia = gloria, esaltazione, è una formula liturgica per glorificare Dio, o Cristo, o la SS. Trinità) contiene tre parti:

a)                    “A Colui che ci ama…”. Il tempo presente indica che l’amore di Cristo è perpetuo e oltrepassa i confini dell’evento storico della redenzione.

b)                    “E ci ha liberati…” . La liberazione è sovente espressa con la metafora del riscatto mediante il sangue di Cristo.

c)                    Un regno di sacerdoti”. In virtù della loro unione con Cristo sacerdote, i cristiani perseguitati, attraverso il battesimo, possono adempiere l’ufficio sacerdotale (Ebrei 10, 19-22; 1 Pt. 2,5): con il battesimo, infatti, i cristiani diventano pietre vive, come Cristo, e si costituiscono come una dimora spirituale, in cui rendono a Dio un culto degno di Lui attraverso il Cristo.

“Viene fra le nubi”.

Queste parole hanno dato l’idea che l’Apocalisse sia il libro che attende il ritorno di Cristo, invece qui c’è una citazione del cap. 7 del libro di Daniele  ripreso dalla tradizione cristiana (Mt. 24,30; 26,64; Mc. 13,26; 15,62). Giovanni interpreta questa profezia di Daniele come il modo con cui Cristo si rivela, cioè con la sua morte e resurrezione. E questo, lo capiranno non solo: “Coloro che l’hanno trafitto”, cioè i Giudei che misero a morte Gesù, ma anche: “Tutte le nazioni della terra”, perché tutte le nazioni incredule sono parimenti colpevoli, poiché perseguitando la Chiesa manifestano la loro ostilità nei confronti di Cristo. Profondamente rattristate, piangeranno tutte quante.

Il “venire tra le nubi” non è solo la parte finale del prologo, ma è anche quella finale dell’Apocalisse: il libro finisce con la morte e la risurrezione di Cristo.

In questo prologo è già descritto tutto il contenuto dell’Apocalisse:

a)                    che è la rivelazione di Gesù come Messia, atteso e annunciato dai Profeti;

b)                    che questa rivelazione ha creato un nuovo popolo di re e sacerdoti attraverso il sangue di Cristo;

c)                    Giovanni vede realizzata pienamente la profezia di Daniele 7,13 nella morte in croce di Cristo. Questa profezia, infatti, viene citata da Gesù stesso al processo davanti al Sinedrio: “Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo” (Mt. 26,64).

A questo punto l’Apocalisse è finita: ha già detto tutto, il messaggio è tutto qui. Ora riprenderà le idee e le svilupperà.

“Si, Amen”.

La ripetizione in greco e in ebraico sottolinea la solennità della profezia in cui l’assemblea cristiana crede.

“Alfa e omega”.

Espressioni equivalenti, “il primo e l’ultimo”, “il principio e la fine”, appaiono in riferimento a Dio (21,6) e a Cristo (1,17; 2,8; 22,13).

Sotto l’influsso ellenistico, il valore simbolico dell’alfabeto fu gradualmente assimilato dal giudaismo; la prima lettera associata all’ultima significava totalità.

L’Onnipotente.

Questo terzo titolo riassume i due precedenti: i nemici di Dio possono agitarsi fin che vogliono, ogni potere rimane perennemente in suo pugno; egli iniziò la storia ed egli la terminerà.

 

In sintesi: Giovanni è il mittente delle lettere e le sette comunità sono le destinatarie. Il saluto (“grazia e pace”)  procede dalle tre Persone Divine: dal Padre (“Colui che è, che era e che viene), dallo Spirito Santo (“i Sette Spiriti”), infine da Gesù Cristo, presentato nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione.

La grandezza di Dio (uno in tre Persone) si manifesta nell’immensità del suo amore: “Egli ci ama”.

 

Commento spirituale.

 

Nel Prologo, Giovanni ci ha presentato due verità fondamentali per la nostra vita cristiana:

-                       Dio Padre, fonte primaria della rivelazione, 

-                       Gesù Cristo, l’indispensabile mediatore che trasmette solamente ciò che il Padre gli ha comunicato.

Questo brano, ci fa riflettere sulla mediazione di Cristo, soprattutto nella sua passione, morte e resurrezione. (“Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”).

Cristo è il centro di tutta la storia della salvezza (Rm. 6,10; Ebrei 7,27), perché tutto quello che è accaduto in Lui è avvenuto “una volta per tutte”. Questa centralità del Cristo, che spiega il passato, il presente e il futuro, si realizza anche nella vita del credente: Cristo è l’unica spiegazione della sua vita.

Questa centralità dell’evento-Cristo sta nella “follia della croce” (“A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue”).

Gesù crocifisso, sebbene sperimenti l’abbandono di Dio, non cessa di abbandonarsi a lui con fiducia assoluta: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc. 23,46).

Dio, si rivela nella debolezza e nella stoltezza della croce come amore senza misura, abbraccia mediante il Crocifisso coloro che sono lontani da lui; quindi finalizza la morte del suo Figlio alla salvezza dei peccatori, mediante la gloriosa risurrezione.

Dopo la sua morte in croce, Gesù Cristo si presenta ai discepoli che l’avevano visto morire, come il “Vivente”, “Il primogenito dei morti”. Pietro nel suo primo discorso ai Giudei, dopo la Pentecoste, non ha paura di esclamare: “Questo Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha fatto Signore e Cristo”(Atti 2,36).

Gesù è il Vivente per sempre, senza la Risurrezione di Gesù non c’è futuro per l’uomo.

Nella morte del Figlio, Dio raggiunge l’uomo nel peccato, là dove la vita è vuoto e cenere; in altre parole, Dio ci ama nel punto esatto in cui noi non abbiamo proprio più nulla per farci amare.

Gesù muore per mano di uomini che non l’hanno capito, che l’hanno rifiutato, però non hanno potuto uccidere la sua realtà più profonda: l’amore che l’ha guidato in vita e in morte. L’amore può e deve rinascere, per questo Gesù è anche risorto e con Lui la creazione rinasce trasfigurata; in Lui l’uomo trionfa sul male e sulla morte.

Dio, oggi, continua a risorgere dove ci sono gesti di fraternità; dovunque si lotta per un’esistenza più umana, dovunque si testimonia che l’amore e la condivisione sono possibili; che le forze del male si possono piegare.

Dio continua a risorgere quando usiamo i nostri occhi, le nostre orecchie, per guardare, per ascoltare, per cogliere, per stupirci, per stare attenti ai bisogni degli altri, alle esigenze del Regno che viene. Per cogliere i progressi nelle persone, le loro potenzialità, i segni della presenza di Dio e dei suoi doni.

Dio continua a risorgere quando usiamo la nostra voce per lodare chi è avvolto nel mistero, quando usiamo il nostro corpo e il nostro cervello per impegnarci a costruire tutto ciò che serve per Dio e per i fratelli; per servirci umilmente l’uno dell’altro, anche nelle piccole cose di ogni giorno, nei piccoli bisogni concreti.

Dio continua a risorgere quando assumiamo anche le sofferenze degli altri, per capirli meglio, per essere più pazienti, più disponibili; quando accogliamo tutto quello che siamo, che ci è stato donato, senza disprezzo, anche se talvolta è inquinato dal peccato, ma lo accogliamo con la gioia di chi sa che l’amore trasfigurerà tutto.

“Egli ci precede in Galilea”, la Galilea del nostro eterno saper ricominciare; è Lui che ci riunisce, noi invece ci mureremmo dietro le nostre solitudini; è Lui che ci pone in marcia, mentre noi rinunceremmo; è Lui che abita la speranza e l’amore e invita l’uomo a superarsi, ad andare dall’altra parte.

Tutti siamo chiamati a far germogliare questo seme di Resurrezione che è in noi e in ogni uomo.

Credere nella Risurrezione è accettare di ricominciare sempre in modo nuovo, impegnarci in strade nuove che si aprono davanti a noi, senza stancarci di essere creatori di nuovi rapporti umani e sociali.

Vivere da risorti significa diventare specialisti della Speranza.

(Ap. 1, 9-20)

9.      Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola   chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù.

10. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva:

11. “Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne a Pérgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicèa”.

12. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro

13. e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi (Dn. 7,13; 10,16) e cinto al petto con una fascia d’oro (Dn. 10,15).

14. I capelli della testa erano candidi, simile a lana candida, come neve (Dn. 7,9). Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco,

15. I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente (Dn. 10,6; Ez. 1,7.13), purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque (Ez. 43,2).

16. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

17. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo

18. e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.

19. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.

20. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.    

 

Commento esegetico.

 

Giovanni riceve, in estasi, l’incarico di scrivere ciò che vede (vv. 9-11), il Cristo glorioso gli appare, presentando se stesso come la fonte e il padrone della vita della Chiesa (vv. 12-16); egli rinnova il mandato (vv. 17-20).

“Io, Giovanni, vostro fratello nella tribolazione”.

Giovanni inizia il suo racconto situandosi in una comunità che vive la persecuzione. Con questo è dichiarato l’ambiente in cui il messaggio è nato e al quale si rivolge. L’Apocalisse è, in sostanza, una riflessione sulla persecuzione, ed è un messaggio di speranza rivolto ad una comunità perseguitata.

“Nel regno e nella costanza in Gesù”.

L’accesso al regno è ottenuto soltanto per mezzo della tribolazione (Atti 14, 22). In attesa del glorioso evento, la paziente sopportazione rimane la virtù specifica dei perseguitati (2,19; 3,10; 13,10; 14,12). Incorporati in Cristo per mezzo del battesimo, i cristiani diventano partecipi della sua passione, per partecipare poi della stessa gloria (14,13; Rom. 8,17; Fil. 3,10; 2 Tim. 2,11; 1 Pt. 4,13).

“Patmos”: è un’isola rocciosa di circa 26 km quadrati, situata a 80 km da Efeso.

“Una voce potente… come di tromba”.

La voce è quella dell’angelo di Cristo (1,1; 4,1; 21,9.15; 22,1.6).

Le descrizioni delle visioni apocalittiche sono regolarmente introdotte da espressioni quali “come”, “simile” per porre in risalto che ogni paragone con l’ordine terrestre è inadeguato; le espressioni non riescono a descrivere ciò che è stato visto e udito nella sfera celeste. Ispirandosi alla teofania del Sinai (Es. 19, 6-19; Ebrei 12,19), lo stile apocalittico inserisce la tromba nelle scene escatologiche per descrivere il passaggio dall’era presente a quella futura (Is. 27,13; Mt. 24,31; 1 Cor. 15,52; 1 Tess. 4,16).

“Le sette Chiese”.

Le Chiese sono state scelte non per la loro importanza, giacché Troade e Mileto erano comunità più grandi di Tiatira e Filadelfia. Esse sono elencate secondo un ordine che, sulla mappa, descrive più o meno un cerchio, con Efeso come punto di partenza. Queste città, collegate tra loro da eccellenti strade, erano probabilmente sedi di tribunali, dove coloro che si rifiutavano di rendere omaggio all’imperatore potevano essere giudicati.

In mezzo ai sette candelabri … c’era uno simile a figlio di uomo”.

Giovanni dirà che i “sette candelabri” sono le sette Chiese, e Cristo nelle sembianze di “figlio d’uomo”, (secondo la profezia di Daniele 7,13: egli appare come il giudice escatologico che interviene con la potenza di Dio) è presente in mezzo alle sette chiese, pronto a esortarle e ad aiutarle.

“Una lunga veste … una fascia d’oro”.

Questo vestito simboleggia la sua dignità di sommo sacerdote (Daniele 10,5; Es. 28,4). La luce scintillante che emana da Cristo rivela la sua appartenenza al mondo divino.

“I suoi capelli erano bianchi”.

Cristo è rivestito della dignità che apparteneva originariamente all’ “antico di giorni” (Dan. 7,9). La sua divinità è descritta “come fiamma di fuoco”, e la stabilità del regno è indicata nei “piedi di bronzo”.

“Voce di molte acque”.

 Ricorre qui e in 14,2 e 19,6 ed è applicata a Cristo. Le “molte acque” sono spiegate dall’Apocalisse al cap. 17,1 e 15. Lì si afferma che esse sono popoli, tribù, nazioni e lingue, cioè l’umanità. Cristo, quindi, è la voce dell’umanità.

“Sette stelle”.

Gli unici esempi paralleli di questo simbolo vengono dal mondo pagano; Mitra e i Cesari erano raffigurati con sette stelle nella mano destra per designare la loro dominazione universale. Di conseguenza, potrebbe forse esserci qui un accento polemico: non Cesare ma Cristo è il Signore di tutte le cose.

“Spada a doppio taglio”.

Quest’immagine rappresenta la parola di Cristo che giudica i cristiani (2,12.16) e l’universo (19,15.21).

“Come il sole quando splende”. Il sole è Dio stesso in Ap. 21,23.

La figura di Cristo, qui descritta, è presentata come:

-           giudice: spada a due tagli per dividere il bene dal male e occhi fiammeggianti, per vedere in profondità;

-           re: la fascia d’oro;

-           sommo sacerdote: la veste lunga fino ai piedi;

-           Dio:quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto; è la reazione di fronte alla divinità (Gen. 32,31; Es. 33,20). L’uomo dovrebbe scomparire dinanzi alla gloria di Dio.

17b-20: gli appellativi sublimi che Cristo si attribuisce sono destinati ad incoraggiare i cristiani che pongono tutta la loro fiducia nel loro Signore. Questi titoli sintetizzano i tre stadi nella vita di Gesù: la sua preesistenza (“Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente”), la sua morte sulla terra (“Io ero morto, ma ora vivo per sempre”) e la sua esaltazione alla vita eterna come vincitore delle potenze infernali (“ho potere sopra la morte e sopra gli Inferi”).

“Il Vivente”.

Dio soltanto è il vero Vivente, perché possiede la vita in proprio (4,9; 10,6; Sal. 42,3; Gv. 1,4; 3,15; 5,21.26), Cristo vive tramite la comunicazione della vita del Padre (Gv. 5,26).

“Le cose che hai visto e quelle che sono e quelle che stanno per accadere”.

Questa formula apocalittica descrive il mandato, e il privilegio di un profeta; e collega l’Apocalisse con l’antica profezia.

“Gli angeli”. Il termine “aggelos” designa normalmente nell’Apocalisse un essere sovrumano al servizio di Dio o di satana.

Secondo le idee giudaiche, non solo il mondo fisico era retto dagli angeli (Ap. 7,1; 14,18; 16,5), ma anche le persone e le comunità (Es. 23,20). Ogni chiesa dunque è considerata come retta da un angelo, suo responsabile. Cristo le tiene nella mano destra per indicare che egli è il Signore di tali Chiese e che esse sono sotto la sua protezione.

 

In sintesi: S. Giovanni si trova deportato nell’isola di Patmos in seguito alla persecuzione di Domiziano (95 d.C.). E’ il giorno del Signore, una domenica. Una voce soprannaturale (lo squillo di tromba) gli ordina di scrivere una lettera circolare alle sette Chiese. Nell’estasi, S. Giovanni, vede sette Candelabri (le Chiese) e in mezzo il Cristo risorto (“come un figlio d’uomo”), che gli si manifesta per affidargli una missione precisa: mettere per scritto le sue visioni, che riguardano anzitutto il presente (cap. 2 e 3) e poi il futuro della Chiesa (a cui è consacrato il resto dell’Apocalisse).

 

Commento spirituale.

 

La terza verità che l’Apocalisse ci vuol comunicare (dopo la presentazione di Dio come fonte della rivelazione e di Gesù Cristo, come suo mediatore) riguarda la Chiesa, che manifesta pubblicamente nella storia, il regno di Dio rivelato in Gesù Cristo.

L’amore del Padre, infatti, rivelato dal Figlio morto e risorto, viene comunicato ai discepoli, perché diventino la famiglia di Dio, inviata al mondo come segno tangibile della sua vicinanza.

Per essere riconoscibile come segno davanti al mondo, la Chiesa deve possedere una precisa identità visibile; deve configurarsi come comunità di fede, di culto e soprattutto di rapporti fraterni: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13,35).

Il nostro testo, però, parla di una Chiesa perseguitata, che come una nave nella tempesta, subisce la violenza delle onde, ma non affonda. La minacciano in ogni epoca persecuzioni, eresie, scismi, corruzione morale, compromessi mondani; tutto questo, possono ferirla e deturparla, ma non distruggerla, perché, come le è stato promesso, “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt. 16,18)

Per il sostegno e la grazia del Signore, anche le contraddizioni e le sofferenze, seminate sul suo cammino, possono diventare benefiche.

La bimillenaria storia della Chiesa può essere considerata un grande esodo, misteriosamente guidato dallo Spirito di Dio, verso traguardi sempre nuovi, nella sostanziale continuità con le origini, malgrado le innumerevoli infedeltà personali dei credenti e le deformazioni della comunità.

Il cammino della storia sarà sempre un alternarsi di persecuzioni e consolazioni, di traguardi e di fallimenti, di gioie di sofferenze, però niente e nessuno potrà arrestare questa marcia dell’umanità, guidata da Cristo, verso il suo traguardo definitivo, alla fine dei tempi, quando “Dio sarà tutto in tutti”.

I credenti che ascoltano e meditano la parola di Dio, che invocano il suo aiuto nelle difficoltà, non dovranno temere, perché:

 “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?… Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada”… Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita… né presente né avvenire… né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm. 8,31-32.35.37-39). 

IL LIBRO DELL’APOCALISSE: lettera 1..

(Ap. 2, 1-7)

1.      All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro:

2.      Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono apostoli e non lo sono – e li hai trovati bugiardi.

3.      Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti.

4.      Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima.

5.      Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto.

6.      Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaiti, che anch’io detesto.

7.      Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.

 

Commento esegetico.

 

Prima di esaminare le singole Lettere, farò una introduzione generale.

Le sette lettere alle sette chiese fanno da introduzione al vero e proprio discorso di rivelazione. Ci fanno conoscere le tensioni e i problemi delle comunità della fine del primo secolo, che sono anche le nostre.

Tutte e sette le lettere hanno uno schema fisso.

-           L’indirizzo: “All’angelo della Chiesa di… scrivi”.

-           La presentazione di Cristo, che dà autorità alla parola del profeta: “Così parla Colui che…”.

-           L’esame di coscienza, cioè la descrizione delle situazioni in cui la comunità si trova, il bene e il male, elogi e rimproveri: “Mi è nota la tua condotta…”.

-           L’invito all’ascolto: “Chi ha orecchi, intenda”.

-           La promessa del premio: “Al vittorioso…”

I titoli con cui Cristo è presentato all’inizio delle singole lettere sono ripresi dalla visione introduttiva (1, 9ss.). Cristo è colui che tiene nella destra le sette stelle e cammina tra i sette candelabri (2,1; cfr. 1,16); è il Primo e l’Ultimo, Colui che morì e risuscitò (2,8 cfr. 1, 17-18); tiene una spada affilata a doppio taglio (2,12 cfr. 1,16); i suoi occhi sono fiamma ardente e i suoi piedi simili al bronzo lucente (2,18 cfr. 1, 14-15); possiede la chiave di Davide, la chiave che apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre (3,7 cfr. 1,18); è il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio (3,14 cfr. 1,5).

Da tutta questa serie di affermazioni traspare la convinzione che le comunità sono sotto la signoria del Cristo morto e risorto. La comunità cristiana trova la propria identità confrontandosi con la parola di Cristo morto e risorto. E’ sulla base di questo confronto che scaturisce l’esame di coscienza. La parola del Signore è una spada a doppio taglio, penetra nel profondo e mette a nudo le contraddizioni che invece la comunità vorrebbe nascondere. Le comunità trovano nel loro Signore il giudice e il salvatore.

Dopo questa doverosa introduzione generale alle sette Chiese, esaminiamo, ora, singolarmente le Lettere, cominciando dalla prima.

Efeso: metropoli commerciale dell’Asia e sede del governo proconsolare, questa città era un centro culturale e religioso. La tendenza sincretista (fusione di dottrine diverse per formare un unico sistema religioso) del tempo aprì la porta a molte pratiche superstiziose, tra le quali erano predominanti il culto imperiale e l’adorazione della dea pagana Artemide (Atti 19, 27.35).

Questa Chiesa fu fondata da Paolo nel 53-56 circa d.C. (Atti 19, 8.10).

“Che … cammina in mezzo”:

Cristo è costantemente presente in mezzo a tutte le comunità cristiane (Mt. 18,20; 28,30; 2 Cor. 6, 16ss) per guidarle ed essere per loro la fonte della vita.

“Conosco le tue opere”: cioè, la totalità della vita cristiana.

“Hai messo alla prova”: coloro che si spacciavano per apostoli; erano probabilmente predicatori ambulanti, che avevano forse qualche relazione con i nicolaiti (v.6). Paolo aveva previsto tale pericolo (Atti 20, 29ss., 1 Tim. 1,7)

“Hai abbandonato il tuo amore di prima” (Cfr. Atti 19,20; 20,37; Ef. 1,3ss.). L’abbandono dell’amore fraterno implica la perdita dell’amore di Cristo, infatti, la carità  è la nota costitutiva di una comunità cristiana.

“Ricordati… ravvediti… compi le opere di prima…”: sono i tre stadi di una conversione totale.

“Toglierò il tuo candelabro”: Efeso perderà il primato di metropoli religiosa.

“Nicolaiti”: (dal greco: “coloro che seducono il popolo”). Si conosce ben poco di questo gruppo, sembra sia stato influenzato da certe idee gnostiche (gnosticismo: è un sistema di filosofia religiosa i cui adepti pretendevano di avere una conoscenza totale e privilegiata della verità). I nicolaiti, gruppo o setta di libertinaggio morale, probabilmente insegnavano che i cristiani potevano mangiare le carni immolate agli idoli e soddisfare i desideri della carne (v. 14).

“Ciò che lo Spirito dice”: lo Spirito di Cristo il quale, tramite il profeta, interpreta le parole di Cristo.

“Al vincitore…”: questo termine militare dà per scontato che la vita cristiana è un campo di battaglia. Nell’Apocalisse questa frase viene applicata al soldato cristiano fedele (12,11; 15,2; 21,8) e a Cristo (3,21b; 5,5; 17,14).

“Mangiare dell’albero della vita”: simboleggia la partecipazione alla vita eterna (22, 2.14). L’ “albero della vita” fa riferimento al  racconto della Genesi sul paradiso terrestre. Il decreto che escludeva l’uomo dall’albero della vita (Gen. 3, 22ss.) è ora abrogato da Cristo a condizione che i cristiani riportino una vittoria personale sul peccato.

 

In sintesi: salda nella fede, la Comunità di Efeso resiste alla persecuzione e lotta contro alcuni eretici (Nicolaiti). Ma il suo amore di un tempo è in calo: senza la carità, le sue attività non valgono nulla. Deve dunque convertirsi, altrimenti i doni di grazia passeranno ad altri (“Rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto”). A chi trionfa è promessa la massima ricompensa: la felicità eterna del Paradiso.

 

Commento spirituale

 

“Hai abbandonato il tuo amore di prima… ravvediti…”.

La comunità cristiana ha il suo fondamento e la sua ragione d’esistere solo nella carità. I credenti devono essere “assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”(At. 2,42).

Quest’esperienza storica della prima comunità cristiana è irrepetibile, però S. Luca, delinea nel Libro degli Atti, la figura essenziale di ogni vera comunità cristiana: comunità concreta di credenti in Cristo, santi e peccatori, riuniti sotto la guida dei pastori, nella condivisione di beni spirituali e materiali, dove il mistero pasquale del Signore è proclamato con la predicazione, attualizzato nell’eucarestia e negli altri sacramenti, vissuto nella carità. Perciò la prassi comunitaria seguirà criteri diversi rispetto ad altri gruppi umani: adesione libera (Gal. 5,13), corresponsabilità di tutti (1 Ts. 5,11), autorità come servizio (2 Cor. 4,5), correzione e aiuto fraterno (Rm. 15,14), rinuncia a reagire con la violenza al male subìto (Rm. 12, 17-21), attenzione preferenziale agli ultimi e superamento delle discriminazioni sociali (Gal. 3,28).

Nella misura in cui la comunità cristiana assumerà questi lineamenti, contribuirà efficacemente a costruire rapporti più fraterni fra gli uomini e sarà immagine credibile della comunione trinitaria: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv. 17,21).

Tuttavia la Chiesa include anche i peccatori, ecco l’invito che viene fatto a questa comunità di Efeso: “Ravvediti… compi le opere di prima…” cioè, ritorna a vivere l’amore fraterno e la condivisione, perché la zizzania crescendo insieme al grano (Mt.13, 24-30.36-43), potrebbe avere il sopravvento sul buon seme. Difatti, già nelle prime comunità cristiane, fondate direttamente dagli apostoli, compaiono le prime difficoltà: a Gerusalemme la menzogna di Ananìa e Saffìra, e le tensioni per gli ostacoli posti da alcuni all’ingresso dei pagani convertiti, a Corinto le divisioni, il disordine e perfino un caso di incesto (1 Cor. 1, 11-12; 5,1; 11,18). I secoli successivi, fino ai nostri giorni, hanno visto corruzione, violenza, sete di potere e di ricchezza, discriminazioni, intolleranza.

Di fronte a questo quadro poco edificante, potremmo chiederci: “Com’è possibile credere che Gesù sia venuto, se nel mondo nulla è cambiato?”.

La risposta è che la Chiesa, pur essendo la forma autentica e definitiva del popolo di Dio, è ancora in cammino nella storia. Sebbene per l’assistenza dello Spirito Santo sia preservata da una defezione totale, è ancora soggetta nei suoi membri alla tentazione di voltare le spalle a Dio, come lo fu Israele in cammino nel deserto. La Chiesa non è il Regno compiuto; è solo il segno, lo strumento e il germe di esso.

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